Appunti rumeni

La luce bassa delle ore solari, il placido fiume alla nostra destra, campi riarsi dal gelo in uno squarcio di pastelli degni del miglior impressionista. Qui posso immaginare il paesaggio in cui vivevano i miei avi. Sonnolento anche il treno che ci  accompagna verso nord. Osservo i miei compagni di viaggio, la cui cantilena per me incomprensibile genera sorrisi, la dolcezza negli occhi, la pazienza di chi ne ha fatto un dono. Suona buffo l’ordine nell’infinito abbandono. Come l’uomo riesca a comporre i propri schemi anche nel vecchio e malcurato. Il blocco sovietico imponeva ordine e disciplina. Lo stato sopra i cittadini. Il dittatore sopra lo stato. A sentir loro qui i romani, molti secoli orsono, trovarono un popolo degno e fiero, impossibile da sconfiggere. Popolo anche amichevole che permise l’integrazione a tal punto da creare un popolo che non era né più dei daci né più dei romani. Qui nacque la discendenza e la lingua rumena. Ostinata a tal punto da non dimenticare più questa origine e conservare l’idioma latino sino ai giorni nostri. E di quanti invasori siano transitati da queste parti lo rivela ogni viso, scuro e meridionale e ogni sguardo, di un azzurro nordico e profondo.  A voler leggere la storia sono sempre i giovani e gli studenti a scatenare rivolte, rivoluzioni, resistenze armate. Probabilmente l’atavica  spregiudicatezza del guerriero rimane ancora vivida negli anni tra l’adolescenza e l’età adulta. Quando ti sembra di conoscere abbastanza ma non ne sai ancora a tal punto di rimanertene tranquillo, conscio a quel punto dell’apparente inutilità del sacrificio. Suona strano sentire raccontare ad un abitante dell’unione europea una rivoluzione vissuta in prima persona, eppure è un piacere sentire raccontare dalla bocca di Dan gli eventi che avvennero nella città di timisoara alla fine di dicembre del 1989. Veder la mimica con cui ti spiega come era saltato sul carro armato, di come aveva cercato di bloccarne il moto e di come aveva tentato di dargli fuoco buttando benzina sullo stesso. E conclude dicendo che era un ragazzo, un po’ incosciente e un po’ irruente.  E racconta di quando, deposto Ceaucescu, il municipio aveva convocato tutti i rivoluzionari per fregiarli di una medaglia. Ebbene, recatosi a ritirarla, ti racconta ridendo che appena ha visto chi si era presentato per ricevere la medaglia, era scappato a gambe levate, trovandosi in mezzo agli altri, a quelli che in quei giorni di dicembre gli sparavano addosso. Analogie di tutte le guerre e ogni rivoluzione. 385 kilometri in 6 ore e qualche minuto mi permettono di osservare la campagna circostante, sconfinata  e deserta, i villaggi, in cui non mancano mai la chiesa, il cimitero e il campo per il pallone. I passaggi a livello manuali con ancora guardiola  e addetto al movimento delle barriere. I molti comignoli fumanti, le case squadrate, i tetti. E, improvvisamente, ecco nascere in mezzo al nulla immensi complessi industriali, cavi elettrici, ciminiere fumanti, silos e tubazioni. Dopo l’industria pesante a rompere l’armonia della campagna si staglia la città, con le sue costruzioni grigie, i cubi in cemento colmi di persone come formichieri. La chiamavano collettivizzazione, ossia rendere ogni luogo una città, deserte le campagne, riunite le persone. Lo stato controllore, lo stato guardone impiccione e onnipresente poteva così controllare meglio le persone. E si concentravano i servizi, come le scuole, il riscaldamento. Ho sempre apprezzato l’intuizione del riscaldamento centralizzato nelle città del blocco sovietico,  con questi buffi tuboni sospesi a circa due metri da terra, dall’isolamento incerto a rifornire l’intera città. Efficienza e concretezza. Un cubo squadrato in grado di contenere centinaia di famiglie in luogo di palazzi sette-ottocenteschi di pregevole fattura. Risolutezza e infallibilità, come per la decisione del despota di azzerare il debito estero rumeno nell’arco  di pochi anni. Stop agli investimenti, basta consumi, autarchia e aggiustarsi. Razionamenti, al punto che Ion ti racconta di come, lavorando al macello comunale, ogni sera nascondeva due fettine di carne di maiale sotto la camicia. E, con la compiacenza del guardiano incaricato della perquisizione al termine della giornata di lavoro la sua famiglia poteva beneficiare di questo addendum alla dieta consigliata dal regime. Quando due uova valevano una bistecca e una gallina era meglio di un conto in bot.

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Vecchi commenti

  1. La Romania: paese latino con carattere slavo, cultura cristiano ortodossa che diventa comunista passando per una forma di fascismo.

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