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Q Code è una rivista online.

Q Code è un codice, perché il rumore dell’informazione contemporanea ha bisogno di strumenti adatti per riconoscere e interpretare la complessità del reale. È solo a partire dalla consapevolezza di quello che ci circonda, e dei meccanismi che lo determinano, che ci si può formare un’opinione.

Q Code è informazione.

Q Code, stay tuned.

POLVERE DELL’INDIA DI ALESSANDRO INGARIA

L’India è una bambina partorita sul ciglio di una strada, circondata di placenta sudicia e di un cordone ombelicale insanguinato, che ancora la connette alla sua madre coloniale. La polvere raggruma gli umori, essiccati da un sole troppo avido di nuvole. Ed in mezzo a questo, due splendidi e dolci occhi. Perché il Paese, quello autentico, nascosto, è riflesso negli occhi delle persone. Milioni di occhi vivaci, vitali, sempre in movimento. Nel traffico infernale, nel dedalo di apparente non senso, si incrociano mille sguardi. Occhi sfuggevoli ma intensi, che spesso emergono da vestiti che tentano di coprire ogni fattezza umana. Durante le conversazioni, la testa degli indiani dondola, ma gli occhi, di mille sfumature di terra e di cenere, restano fermi sull’interlocutore.

Un Paese largo duemila chilometri, che vive nello stesso fuso orario, è costantemente sull’orlo di distrarsi, dimenticare il tempo, sbagliare rotta. E’ impressionante il miscuglio di religioni: si può ricevere un sorriso di un hare kṛṣṇa alle otto del mattino, incrociare un muezzin in un vicoletto pochi minuti dopo e sedersi sotto un immagine di Gesù Cristo, ad osservare le mucche che pascolano plastica, alle otto e sedici. Questo mélange è l’orgoglio e il patimento di una nazione nata dal dissolvimento di una madre coloniale, che incorporava anche gli attuali Pakistan e Bangladesh. C’è da chiedersi cosa li tenga uniti e cosa li divida, inseguendo quella parola che spesso ho sentito pronunciare in questi giorni: identità. L’identità di questa bambina ormai ultrasessantenne.

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