Castagneto acustico 2014

Il castagneto acustico è violenza all’atmosfera ovattata e fuori dal tempo di Viola. Un castagneto che per una notte si addobba ed esprime ad alta voce una magia normalmente sussurrata.

Un tempo i castagneti erano luoghi vivi, intasati di famiglie e bambini, inzuppati di sudore, bestemmie e canti, estensione naturale della vita contadina di Viola. Ora sono silenziosi, solitari, sfuggevoli.

Castagneto acustico

[foto del Sacca]

Il castagneto acustico prende forma in un bosco di bellezza antica, frutto della visione romantica di Ettore, uno degli ultimi contadini della valle, che con passione cerca di conciliare le vecchie tradizioni con i nuovi accorgimenti. È un castagneto curato, con alberi innestati e potati, alberi giovani che si introducono umilmente tra gli alberi secolari, e visite costanti anche solo per stabilire l’armonia. Si dice che i castagni che sentono le voci e la presenza delle persone producono di più.

Le vacche di Aldo hanno preparato il terreno con cura. Una quindicina di vacche e una manciata di pecore, con i loro campanacci vibranti, controllate da tre cani da pastore che per giorni hanno brucato l’erba all’ombra dei castagni.

Una serata fresca di un’estate che si resiste ad esprimersi, luna piena e gente che inizia a invadere lo spazio solitamente deserto del castagneto. Si arriva camminando per una ripida stradina erbosa, a volte con passo impacciato, a volte correndo trasportati dalla gravità. Uno sciame di cavallette che invadono gli spazi.

C’è musica, c’è il fuoco, c’è il buio della notte. Sono suoni, ombre, sensazioni.

C’è Gaia, bambina curiosa, attratta da ogni novità, dalla maschera sconosciuta che indossa oggi il bosco. C’è Lea, ragazza Masai, piovuta in un ambiente estraneo e familiare, che ascolta musica in grado probabilmente di trasportarla in dimensioni lontane. C’è Giuseppe Carta, poeta e panettiere, arrivato al castagneto per sognare e far sognare. È energia contagiosa e ci guida nei meandri delle varie performance.

Ci sono gli ottoni, musica acustica che pare evaporare da un sottosuolo misterioso ed evanescente. C’è Enzo, che passeggia tra gli alberi per scaldarsi.

C’è una zuppa fumante di legumi e cereali, voluta e assemblata da Paola, regina della cucina armonica. È una zuppa che si esaurisce in fretta perché non ci devono essere sprechi. Si mangia quanto c’è e si sogna quel che non c’è. C’è pane artigianale, prugne degli alberi disseminati per la valle e dolci che appaiono all’improvviso.

Ci sono Valeria e Desi, impossessate dalla forza dionisiaca del bosco, che si aggirano instancabili, passano come brezza tra i vari gruppi di persone, lasciando una scia di erotismo ad esaltare il sortilegio della notte.

C’è Nuria, acrobata introspettiva, che segue il ritmo martellante della percussione in bilico su di un cerchio appeso tra gli alti rami dei castagni.

C’è Ciro, maestro della notte, che educa l’orecchio a sentire i ritmi del castagneto e sa assecondarli con strumenti e sapienza antiche.

Ci sono Kiki e Sandro, coppia di hobos, che nuotano come ombre sfuggevoli in un oceano fluido di suoni e immagini. Ci sono Enrico e Andrea, i signori del fuoco, che riempiono il paesaggio di fiaccole di cera e strappano un angolo di bagliore alla notte.

C’è la luna, timida e scontrosa, che si nasconde tra le nubi e le fronde degli alberi, e solo a volte fa la sua magistrale apparizione per raccogliere stupore tra i suoi figli. Ci sono le lucciole, migliaia di lucciole, che danzano incessanti tra gli alberi con l’instancabile lucina intermittente.

E poi ci siamo noi, adepti del castagneto acustico, a goderci e godere di questo omaggio al bosco e alle notti estive. Notti brevi e intense dove è impossibile dormire.

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