PornoScritti.

Un sindaco fuori dal comune

di Sandro Bozzolo

Se fosse filosofia, io direi che questi atti simbolici sarebbero aforismi.
Antanas Mockus

Con 11 euro si comprano 11 caffè: per una volta lasciate perdere il bar e investiteli in un libro che al medesimo prezzo vi dà la stessa botta di vita. Senza caffeina e senza tachicardia. Un «nuovo spunto di fantasiosa primavera» alle porte dell’autunno, un po’ come imbattersi in una primula fiorita alla vigilia della neve, qualcosa di simile alla felicità. Un sindaco fuori del comune racconta la storia vera di un personaggio straordinario, Antanas Mockus, matematico e filosofo, rettore dell’Università nazionale di Colombia e due volte sindaco di Bogotà. Classe 1952, origini lituane, Mockus riesce in un discreto numero di imprese incredibili: rigenerare una delle città più caotiche e pericolose del mondo; restituire speranza e dignità a migliaia di colombiani stanchi di decenni di governi corrotti e violenti; dare vita a un movimento dal basso e a costo zero capace di imporsi nel 2010 come la seconda forza politica del paese. I risultati lasciano sbalorditi, ma, sinceramente, ciò che più fa tremare i polsi sono i metodi di Mockus: «la politica di Mockus è l’opera d’arte di un visionario fermamente convinto di poter cambiare, attraverso la comunicazione e la pedagogia, uno tra i sistemi culturali più conservatori e violenti al mondo».

Il Supercittadino di Bogotà rielabora e applica nella vita reale le riflessioni di filosofia politica di Jürgen Habermas e il concetto definito da Pierre Bourdieu di “violenza simbolica”. Di quest’ultima, Mockus opera un’inversione di segno, dal negativo al positivo: cioè utilizza lo stesso meccanismo non più per riprodurre i pregiudizi e le ingiustizie, ma per liberare i comportamenti civili e solidali. La strategia di Mockus è un sistema costituito da molteplici, piccoli atti di provocazione creativa, consiste nell’assumere una posizione critica nei confronti dello status quo attraverso un approccio conflittuale, beninteso che esclude aggressioni fisiche e insulti. Si tratta di imporre così, sottilmente, una propria visione globale della realtà, trasformando i cubetti di porfido sessantottini in “violenza simbolica”: dolce, invisibile, esercitata con il consenso inconsapevole di chi la subisce. Un paio di esempi? Dopo una brillante e rapidissima carriera, circondato dalla stima generale del mondo accademico, Mockus diventa rettore dell’Università nazionale. Proprio in qualità di rettore, il 28 ottobre 1993, è impegnato a confrontarsi nell’aula magna con un gruppo di studenti contestatari che impediscono il regolare svolgimento di un dibattito. Chiedono un maggiore finanziamento statale all’università pubblica e ai suoi dipendenti, e Mockus, che appoggia le idee degli studenti ma non ne approva la forma di espressione, chiede più volte la parola: invano. L’ostilità della platea è sottolineata da una stridente raffica di fischi. È la famosa goccia che fa traboccare il vaso, per un mondo accademico doppiamente umiliato, sia dalle parole del governo che dalla contestazione degli studenti.

TRAILER OF CITIES ON SPEED – BOGOTÁ CHANGE / BOGOTÁ CHANGE, Andreas Møl Dalsgaard

Quando i fischi si fanno insopportabili, Mockus abbandona il podio e il microfono, si porta al centro del palco e, con un movimento rapido e deciso, si abbassa pantaloni e mutande, rivolgendo il culo agli studenti attoniti: «si era ormai rotto ogni equilibrio comunicativo, con il mio gesto ho voluto manifestare la mia disponibilità ad adottare lo stesso livello dialettico dei miei studenti, il linguaggio della foresta». Dinanzi alle terga del rettore, i fischi si trasformano in applausi: gli studenti dimostrano di apprezzare il classico gesto tabù di disapprovazione, usato con cautela perfino dalle rockstar. Le chiappe del rettore fanno il giro della Colombia e Mockus dà le dimissioni, ma da un punto di vista strettamente comunicativo ha centrato perfettamente il canale giusto per arrivare alla totalità dei colombiani. Ironicamente, così, «non è con i pamphlet né con gli articoli scientifici pubblicati fino a quel giorno, ma con il proprio deretano, che Mockus riesce a rivolgersi per la prima volta alla totalità dei suoi concittadini. “E’ vero, molto probabilmente è stato un cattivo esempio per i colombiani”, dichiara alla stampa il rettore dimissionario, “ma posso assicurare che quello che hanno visto è il colore della pace: bianco».

Un altro saggio di efficacia visionaria? All’inizio del suo primo mandato come sindaco di Bogotà, in seguito riconfermato, Mockus decide che la circolazione stradale cittadina, terribilmente indisciplinata, non sarebbe più stata controllata dai vigili urbani, bensì da un esercito di clown e mimi, incaricati di sbeffeggiare i conducenti che avessero violato le regole. Aveva indovinato: i colombiani alla guida dimostrarono di essere più sensibili alle corde dell’orgoglio che alle multe (che tanto non avrebbero mai pagato) e una schiera di pagliacci si rivelò la forza più utile per correggere (e non semplicemente punire) i comportamenti sbagliati. Un ultimo gesto coraggioso chiede di essere descritto, quello cui è dedicata la copertina del libro. Dopo aver ricevuto ripetute ed esplicite minacce di morte, al termine di una serie di attentati ai tralicci dell’alta tensione, contro le prescrizioni della polizia, un giorno Mockus indossa una giubba colorata, una camicia bianca con un foro a forma di cuore in alto a sinistra e se ne va a spasso per i quartieri più pericolosi di Bogotà: il messaggio è chiaro – provate a colpire un uomo inerme, qualcuno che rifiuta di opporre la violenza alla paura.

Gli esempi di democrazia partecipativa e inclusiva made in Mockus sono moltissimi, dalla “ley Zanahoria” ai “vaccini contro la violenza”: alla descrizione della loro ideazione, messa in atto ed efficacia è dedicata buona parte del libro. Al lettore dunque il piacere di scoprire che cosa pulita, colorata e coinvolgente può diventare la politica quando smette di essere la gestione autointeressata del potere cui siamo assuefatti.

Per tutto il libro, il pigro maiale del cinismo che è in me ha alzato il grugno a ogni pagina, pronto a fiutare un’eventuale macchia nella carriera di Mockus, un accenno di passo falso, un compromessuccio, una parola di troppo, un cedimento – se non altro alla stanchezza. Niente da fare: non c’è stato verso di infangare la figura di Mockus: persona fenomenale che ha potuto guadagnarsi l’autorità e gestire il potere senza diventarne servo, che ha saputo convincere con la forza delle argomentazioni ma soprattutto con l’esempio e la fantasia, che ha voluto decostruire l’immagine del politico gessato e distante ed educare alla cultura ciudadana, alla cultura della cittadinanza, secondo il principio pedagogico «io imparo da te, tu impari da me».

Il libro è scritto bene, l’avventura esistenziale e politica di Mockus scorre in fretta. In più, per venire incontro agli ignoranti come me, per i quali la Colombia era poco più di una denominazione geografica, l’autore traccia un provvidenziale profilo socio-politico del paese, da cui l’impresa del “Lituano” di Bogotà acquista ancora maggior valore. Si ha l’impressione che lo stile acuto e spettinato di Sandro Bozzolo resti un po’ nascosto dall’editing, come le nudità dalle mutande del Braghettone nella Cappella Sistina. Si stempera così un aspetto tipico delle realizzazioni firmate da Bozzolo e soci, quella vena sospesa fra intuizione e follia che sanamente abitua a non abituarsi, che allena a restare vivi e ricettivi.

La storia narrata nel libro non finisce, un po’ perché Mockus è ancora a tutti gli effetti un instancabile sperimentatore, un po’ perché grazie a lui, oggi «nelle aule universitarie, fra le avanguardie urbane di Bogotà e Medellìn, sperduta in case sulle Ande o lontana migliaia di chilometri dalla sua terra natale, una schiera invisibile di colombiani lavora, in silenzio, per imprimere un cambiamento di rotta alla storia nazionale». E forse anche perché Mockus parla anche a noi e per noi. Perché il semplice fatto che un simile milagro democratico si sia potuto verificare in Colombia ci sbatte in faccia l’evidenza che qualcosa di analogo potrebbe accadere dappertutto. Sì, persino in Italia. Alzi la mano chi, leggendo la conclusione, non ha riconosciuto nella scena dell’omaggio ipocrita al politico di turno un siparietto che si è svolto o che si potrebbe svolgere intorno a un monumento dei suoi paraggi, intorno a uno degli innumerevoli monumenti dei paesi di un’Italia-Macondo dove al governo si alternano da sempre Aureliano e Arcadio, gli stessi comandanti scalcinati di una battaglia che conviene solo alle loro tasche. A chi ha ancora voglia di reagire, per dignità non per odio, Mockus mostra che un’altra politica è possibile e che «tutti – tutti! – possono aiutare».

recensione di Irene Borgna


Sandro Bozzolo, Un sindaco fuori del comune. La democrazia partecipativa esiste. Storia di Antanas Mockus, Supercittadino di Bogotà, Emi, Bologna, 2012, pp. 141, 11 euro


Piccoli cuori in Provincia Granda

di Nicola Duberti

Piccoli cuori in Provincia GrandaUna scuola di campagna. Un insegnante noioso. La normale routine dei ragazzi di paese. C’è in classe un nuovo arrivato, uno studente cittadino. Viaggia in treno, ogni giorno. Ha una storia strana, sta per farsi del male. Ma anche questo diventa routine. Finché un giorno, al cimitero…

Inizia così un’epica provinciale e agricola di buoni sentimenti. Un gruppetto di ragazzi si trasforma in una banda che lotta contro malattie, mal di pancia, pregiudizi, genitori e autorità costituite. E tutto questo con un unico scopo: accogliere un ragazzo straniero. O forse, chissà, impadronirsi di lui…


Autore: Nicola Duberti
Editore: Primalpe
Anno: 2011
Genere: Romanzo



Taccuino del Barbiere Chirurgo

di Nicola Duberti

Taccuino del barbiere chirurgoPoesia come fili pendenti che il poeta riannoda, fibre della matassa che si assemblano e che compongono il filo, provengono dalla storia – quella minuscola degli anonimi collettivi o degli individui dispersi – ma provengono anche dalla fantasia e dai repertori della cultura alta, così come promanano dal folclore autentico della sapienza locale, quella tetragona e terrigna, che sa di muffe e di bosco, e che si rigenera nella fertilità dell’humus. Una poesia che serve per cumulare la vita, per riscattarla dalla dispersione e dall’insignificanza, non mai un azzardo, ma un progetto irradiante di salvezza del salvabile. Una visione del mondo? Va bene: una visione del mondo.

 

 

 

 

 


Autore: Nicola Duberti
Editore: Genesi
Anno: 2008
Genere: Raccolta di poesie



Nature Morte

di Nicola Duberti

Nature morteQuesto libro è stato pensato e – e anche scritto, almeno in parte – in lingua stermaziana.

Una lingua a strati, una lingua archeologica, che non esiste se non in questo libro. Una natura morta linguistica. La lingua perfetta, secondo Duberti.

Poi è stato tradotto. A fatica. Come in tutte le traduzioni, qualche incanto del testo si perde. Qualche altro si acquista. E non è poco.

E’ un libro a strati, questo, come è a strati la lingua in cui è stato scritto. Ogni singolo racconto può essere letto per sé. Da solo. Ciascuno può trovare il percorso che preferisce. L’autore sarà accusato di avere scritto un libro cerebrale. Ma questo libro è cerebrale per chi sa fare solo affidamento sul cervello. C’è dentro tanto sentimento, forse troppo. Tutto sta a scoprirlo. E c’è anche sensualità, concretezza, passione. Non solo per le lingue e i dialetti.

 

 


Autore: Nicola Duberti
Editore: CEM
Anno: 2005
Genere: Racconti



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