Crisi

Crisi, una parola di cui si abusa. Proprio per questo è importante riflettere sul suo significato. Pochi giorni fa mi trovai a leggere un libro del 1995 in cui l’autore sottolineava come l’Italia si trovasse in un periodo di profonda crisi economica e di valori, in relazione allo scandalo di Tangentopoli. In questi ultimi quattro anni siamo costantemente bombardati da questa parola. Ma forse che a inizio anni ’70 non si attraversava la crisi del petrolio? E quella economica durante le guerre mondiali?

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Joanna Jot

L’impressione è che si passi da una crisi all’altra, ma che ci si dimentichi della precedente e che l’ultima venga sempre presentata e vissuta come la peggiore e la più drammatica. Perché l’uomo ha bisogno di raccontarsi e viversi come costantemente “ in crisi”? Forse perché vive in uno stato di perenne insoddisfazione che nasce dal confronto tra le condizioni di vita presenti con aspettative e desideri di maggiore benessere economico, psicologico e sociale.

Questo genera malessere, ma allo stesso tempo può creare una spinta e una motivazione verso traguardi più elevati e traina l’individuo verso condizioni di vita migliori rispetto a quelle in cui è nato. Quale potrebbe essere la soluzione alla “crisi”? Forse imparare ad accontentarsi di ciò che si ha, apprezzando il fatto che nel nostro mondo il necessario è garantito. Ma, si sa, accontentarsi non è umano; se gli uomini si fossero accontentati, ora non avremmo computer, auto, case riscaldate ed illuminate.

Ecco allora che l’insoddisfazione, che da un lato ci fa parlare di crisi, si colora anche di una valenza positiva, diventando motore di crescita e di ricerca di nuovi stimoli. Ma l’uomo è complesso e dunque la sua lettura della realtà è articolata: per cui si può dire che la “crisi” ha valenze sia positive che negative, ma anche che ciò che per alcuni è crescita, per altri è regresso, in una dialettica che vivacizza i discorsi, ma che li rende al tempo stesso infiniti.

[Luisa Fontana]

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