Cronaca di un fiume dimenticato

 1. La generosità dei grandi

L’inizio di questa cronaca geologica, geografica, storica e umana, per troppo tempo rimasta celata a causa degli innumerevoli interessi politici ed economici che l’hanno accompagnata negli ultimi secoli, risale a milioni di anni fa, quando un mare nervoso e cangiante copriva i territori che oggi prendono a fatica e malvolentieri il nome di Italia. Le placche continentali africana ed europea vennero a uno scontro diretto (il primo di una lunga serie) e si formarono le Alpi, possenti dirupi rocciosi a picco su una distesa di acqua la cui profondità iniziò a diminuire.

Uscirono allo scoperto dapprima le colline delle Langhe e poi, più lentamente, la pianura acquitrinosa che copriva la zona compresa tra le attuali città di Carmagnola, Poirino e Bra. Il mare si era ritirato e la pianura appena sorta dalle acque fu attraversata e tagliata profondamente da un maestoso fiume che nasceva più a sud, tra i picchi innevati e contorti delle odierne Alpi Marittime. Non si sa quale nome fu dato dalle prime popolazioni nomadi a questo simbolo divino della potenza delle acque. Sappiamo però che venne adorato e che lungo il suo percorso si fermarono i primi gruppi stanziali di agricoltori. Ricerche accurate sui fossili vegetali hanno portato alla luce semi autoctoni che sono poi letteralmente scomparsi nei secoli successivi. Ci torneremo sopra, dati gli importantissimi risvolti socio-politici che ancora oggi rivestono.

Facciamo un salto indietro e seguiamo la vita di Arcenox, l’ultimo dei grandi capi e sacerdoti del maestoso fiume preistorico. Intorno a 100 000 anni fa egli guidava con saggezza e severità una tribù dedita alla coltivazione di ortaggi e frumento che si trovava nei pressi dell’odierno villaggio di Santo Stefano Roero. Arcenox saliva ogni giorno, al calar del Sole, su una piccola collina a dominio dei solenni meandri del padre-fiume che si dirigeva solenne e paziente verso l’attuale Carmagnola per poi piegare decisamente a nord, dove molto tempo dopo sarebbe sorta Torino.

 Il percorso del Tanaro ai tempi di Arcenox. Il fiume era il dominatore dell’Italia settentrionale e il Po un misero affluente di sinistra. Il cerchio rosso indica la zona abitata dalla tribù di Arcenox.

Ogni sera il grande capo ringraziava il fiume per i suoi doni e soprattutto per quella frutta rotonda, rossa e saporita che molte tribù della pianura e delle lontane colline gli invidiavano. Volgeva le spalle alla valle sottostante che separava il suo regno dalle ostili e selvagge Langhe e fissava a lungo i meandri dell’azzurro dominatore che serpeggiavano nell’enorme altopiano e lo incidevano con delicata fermezza. Con le braccia sollevate al cielo faceva udire a tutta la sua gente un canto dolce e possente.

Sebbene saggio e sapiente non poteva, comunque, immaginare la tragedia che stava per abbattersi su di lui e sul suo popolo. Le Langhe incolte si erano sollevate e avevano progressivamente ridotto la distanza che le separava dal maestoso corso d’acqua. La valle profonda che marcava il confine tra loro e il territorio pianeggiante in cui prosperava la tribù di Arcenox, stava lentamente erodendo il bordo orientale della rigogliosa pianura e si avvicinava minacciosa all’immenso fiume.

Arcenox se ne era sicuramente accorto, ma pensava che fosse solo uno squallido segno dell’invidia e della sete che quelle alture contorte e selvatiche nutrivano verso il fertile terreno bagnato dal gigante d’acqua. Quella maledetta sera stava piovendo e il suo fiume era oltremodo nervoso e agitato. L’ira lo spingeva al di fuori degli argini normali e la sua potenza inghiottiva con rabbia mai vista alberi, campi e misere capanne di legno. Gli occhi di Arcenox non avevano mai visto tanta violenza e le sue orecchie mai avevano udito un fragore così assordante.

Le acque del fiume erano ormai a un passo dal baratro che le separava dalle Langhe. Infine accadde. Il padre-fiume si riversò immenso e urlante nella valle sottostante e una cascata di schiuma apparve come una bianca cicatrice per chilometri e chilometri. Arcenox si era salvato solo perché il suo luogo di preghiera era più alto del turbinio dell’acqua. I suoi campi, la sua tribù, la sua famiglia vennero inghiottite dal gigante impazzito. Per giorni e giorni rimase accucciato su una roccia confondendo le sue lacrime con quelle che la spuma gli sputava addosso.

Dove aveva sbagliato? Come aveva offeso il suo padre-fiume? Lo aveva adorato, ringraziato, osannato. Al sorgere della Luna aveva sempre gettato tra le sue acque il corpo di un cinghiale o di un cervo. Perché l’aveva abbandonato, lasciato da solo in un mondo sconvolto? Arcenox non poteva sapere che era stato un normale fenomeno geologico e che i suoi discendenti l’avrebbero chiamato, in modo freddamente scientifico, “cattura del Tanaro”.

La cattura del Tanaro e la formazione delle Rocche del Roero. Il sollevamento delle Langhe spostava verso l’altopiano del Tanaro la valle che li separava. Alla fine il Tanaro si riversò in questa valle, abbandonando l’antico letto che si dirigeva verso l’odierna Carmagnola. Quest’ultimo venne occupato dapprima con timidezza e poi con sempre maggiore arroganza dal misero torrente Po, ex affluente di sinistra del grande fiume generoso.

 Infine, il capo, ormai solo, capì la volontà del suo signore e padrone. Aveva voluto cambiare percorso, regalare un po’ di gioia anche a quelle colline riarse e povere, donar loro la linfa vitale per far crescere frutta e ortaggi. S’inchinò alla decisione del grande fiume, comprese qual’era il suo compito e ne fu orgoglioso. Il padre di tutte le acque aveva scelto lui, Arcenox, come messaggero della sua infinita potenza. Doveva raggiungere la lontana sorgente e far conoscere a tutte le tribù che avrebbe incontrato la forza, la saggezza e la generosità dell’immenso serpente azzurro.

Il nuovo corso del Tanaro (quello odierno) e il viaggio compiuto da Arcenox (freccia nera).

L’uomo, investito di tale incarico divino, s’incamminò lentamente verso le nuove terre. Giunse tra alte montagne dove il suo fiume così possente e austero sembrava essersi trasformato in una giovane e debole anguilla sfuggente. Ma Arcenox sapeva e fece sapere a tutti. Fu presto considerato egli stesso divino come quel ruscello aitante e ardito. Così decise la rude e leale gente del luogo, i liguri. Divenne unico sacerdote delle acque e la sua abitazione sorse all’interno della caverna da cui sgorgava il limpido liquido sacro. Sicuramente proveniva dal centro del mondo. Il fiume della profondità fu, allora, chiamato in lingua autoctona Bodincus, “colui che nasce nell’abisso”. La sorgente, scura come la notte e nera come il mistero, fu ricordata come “nigra” e “nigrone” il primo tratto illuminato dal Sole del padre-fiume.

Nel frattempo, in un luogo ormai molto lontano da Arcenox e dalla sua nuova tribù, la pianura, dove aveva dominato per secoli e secoli il grande fiume che ormai coccolava con amore le Langhe, aveva permesso a un timido e ambizioso ruscello di occupare l’alveo dell’antico padrone. Prima con paura e poi sempre con maggiore tracotanza il torrente si sentì re e finse di dimenticare di avere usurpato ciò che non era suo. Quando incontrò il vecchio e generoso padre nei pressi dell’odierna Bassignana si comportò come il dominatore della pianura che si stendeva a perdita d’occhio fino al mare Adriatico. Convinse i barbari abitanti di quel territorio a cedere alle sue lusinghe, li irretì con favole e menzogne e alla fine fu adorato come padrone assoluto.

Nessuno sembrava ricordare la storia e le gerarchie passate. La gente del Bodincus, però, sapeva e custodì nel proprio animo le parole di Arcenox, preservandole come gioielli in uno scrigno nascosto. Attese paziente per secoli e secoli prima di riportare finalmente a galla la verità, celata con infamia e malafede dai popoli del nord.

Enzo Zappalà

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