Dove è il futuro?

Nella società postmoderna i discorsi spesso corrono su di un cavo invece che strapazzati dal vento di una serata estiva. Qui uno stralcio di una lunga riflessione in corso con un caro amico che, partendo dall’esperienza personale di due continenti, due modi di vita così diversi che entrambi stiamo dolorosamente sperimentando, ha portato ad una discussione più generale sulle nostre vite, sul futuro di un’intera generazione che continua ad interrogarsi sul da farsi, perché si è accorta che il gioco a cui si era illusa di poter partecipare, si sta irrimediabilmente rompendo.

Fabrizio

Treno e velocitàMaria Grazia Montagnari

Ci troviamo di fronte ad un paradosso frutto di una lettura a 2 livelli della realtà.
Infatti, alla domanda “Dove è il futuro?” che molti, giovani e non, si stanno ponendo in questo periodo di trasformazione, le risposte si collocano su 2 livelli, a seconda della profondità di campo che si considera.

Il primo livello vede il futuro in Asia, in quei paesi dalla crescita economica smisurata. Sembra giustificarlo la crisi dell’Europa, non solo economica, ma, soprattutto culturale e sociale. I paesi dell’Asia, massimamente Cina, Malesia, India, Singapore, etc., sembrano esprimere solo valenze positive: crescita (ovviamente misurata col PIL), effervescenza sociale, propositività, e apertura ai giovani.

Il secondo livello di lettura offre un quadro capovolto: il futuro è in Europa o meglio nel nord Europa, ed è nella riscoperta di una dimensione di vita svincolata da parametri econometrici (PIL, SPREAD), attenta alla dimensione ambientale (riduzione dell’inquinamento, dell’uso dell’automobile, predilezione dei prodotti KM 0) e psicologica (slow life attraverso la riduzione dello stress lavorativo). In base a questo secondo livello di lettura, il mondo asiatico è prossimo al tracollo e rappresenta l’ultimo sussulto del capitalismo che, al pari di una supernova, prima di disintegrarsi, ripiegandosi su se stesso, emette un picco di energia.
Infatti, vien da chiedersi quanto possa durare il miracolo malese: 1 anno, 5 anni, 10 anni, 20 anni? Per quanto tempo i malesi saranno disposti a trascorrere ore ed ore nel caos infernale della capitale, imbottigliati in auto, per recarsi al lavoro? E per quanto tempo accetteranno di respirare benzene e piombo o di bere acqua all’arsenico? E per quanto tempo l’ecosistema sosterrà le continue violenze inferte per fare business, deforestazione mediante incendi indiscriminati, trivellazioni, monoculture, inquinamento.

A mio avviso, non può durare molto, proprio per motivi tecnici. Pian piano, per osmosi, grazie alla frequentazione dei social network, anche i giovani asiatici svilupperanno una coscienza ambientale che li spingerà a rivedere alcuni valori.

Ma allora, che fare? Il problema, almeno il mio, è che mi trovo sospeso tra due realtà a cui appartengo e non appartengo contemporaneamente: la dimensione locale e quella internazionale. Se rimango nel locale, cioè qui in Italia, sento di limitarmi, di avvitarmi su me stesso in un paese asfittico che sta andando alla deriva. Nello stesso tempo, se mi colloco in Asia (almeno nei paesi che ho frequentato) sento di essere uno straniero, non in quanto italiano ma in quanto non allineato con i valori del turbocapitalismo lì imperante. Ripeto: sono convinto che il turbocapitalismo sia condannato alla fine ma, al momento, esso è in auge ed occorre tenerne conto se si programma di vivere in quei luoghi.

Dunque, in un modo o nell’altro, per un motivo o per l’altro, sono “straniero ovunque”, un po’ come Pavese.

Gian Piero

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