Graffi umani in natura invicta

A guardarli da fuori, ad uno sguardo distratto, si gode del bel vestito di verde omogeneo che i castagni donano nelle belle stagioni ai luoghi che li ospitano. Ad uno sguardo un po’ più attento però, ci si stupisce un po’ dell’omogeneità di quel colore, in effetti una prima distinzione rispetto alle montagne che sono state votate dall’uomo a questo genere di agricoltura, sta proprio in questo: una scarsissima pluralità di essenze rispetto ai classici boschi spontanei, tanto che a volte disturba un po’ intravedere dall’esterno chiome diverse dalle altre!

Nelle vallate dove i boschi non sono piantagioni si vedono vari toni di verde e le chiome hanno caratteri diversi, sono più o meno rade, più o meno alte, più o meno larghe. In autunno, poi, le macchie dalle tonalità più varie e diverse si affiancano, si combinano e coprono di colorati pois, tutti diversi, mentre per i castagneti anche l’autunno dona un abito sempre “tinta unita” (ma non per questo meno bello).

Ciò che però nei boschi promiscui non è presente quanto lo è nei castagneti, è lo spirito. All’interno dei boschi di castagne ci si sente un po’ come a casa di qualcuno, si percepisce chiaramente che ogni cosa è al suo posto, lì proprio dove dovrebbe essere. La disposizione delle piante è casuale ma ordinata, le chiome lasciano filtrare la luce perché curate (prive di rami morti o spezzati), il sottobosco pulito, cataste di legna addossate ai tronchi e accuratamente sistemate, la legna tagliata esposta all’aria per far liberare il tannino di cui il castagno è ricco, e poi ragnatele frenetiche di sentieri che tagliano le pendenze, il suono simile ad uno scalpiccìo delle foglie che cadono, talvolta aria tiepida risale i fianchi dalla valle alle vette, si insinua tra gli alberi e sotto le fronde.

Nei castagneti si percepisce la riverente mano dell’uomo, l’equilibrio, il compromesso spontaneo di una convivenza rispettosa dei reciproci spazi di civiltà umana e natura. Qui è come trovarsi in un bello e antico palazzo dove ogni elemento trasuda delle vite che lo hanno percorso e plasmato, in successione e in armonia con il carattere, con quel patto, che mai nei secoli è stato violato.

A costellare di piccoli punti i boschi ci sono mimetiche testimonianze dell’uomo, così che si ha la conferma che quello non sia in effetti un luogo incantato ma il risultato di una costante cura di chi ha sposato una preziosa e vivente eredità di popoli antichi. Ecco quindi spuntare appena appoggiato sul terreno, dietro una curva, un costone, o in lontananza dietro un grosso tronco, uno scau, un seccatoio, e talvolta, ad orbitarvi attorno o proprio addossato ad esso, una cabana; scau e cabane sono strutture legate alle attività agricole, ciascuna con le sue funzioni .

La cabana conserva e ripara le foglie del castagno raccolte in autunno che durante l’anno servono per le lettiere degli animali, in genere ha un piano sopraelevato sul quale, in certi casi, si conserva anche la pula o il fieno, oltre a questo la cabana è il riposto di alcuni piccoli attrezzi da lavoro. E’ quasi sempre addossata a grossi alberi di castagno e costruita da lunghi rami inchiodati o legati tra loro che formano una struttura reticolare fatta di montanti, traversi e tamponamenti, anticamente in scandole o assi di legno (oggi in assi di legno e/o lamiera), tutti elementi raccolti nelle immediate vicinanze del luogo dove viene elevata.

Lo scau ha la funzione di seccatoio, è questa infatti la traduzione in italiano di questa parola piemontese nella versione delle valli monregalesi; oltre a far seccare le castagne, però, questa struttura veniva utilizzata anche (ma non in tutti i casi) come stalla e talvolta come abitazione estiva e alcuni svolgono tutte e tre le funzioni, ciclicamente.

(Piccoli graffi in natura indomabile che lentamente si riappropria degli spazi.)

Virginia Carbonò

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