Hayati [1]

 

Le banche esplodono come frutti maturi quando le sfiori con troppa veemenza; non faceva che ripeterlo il vecchio Okapi mentre gli anni precipitavano densi a velare i suoi occhi.

Fioriture amare oggi per noi. Siamo rimasti in quattro, di cui uno rotto.

Appendiamo palloncini trasparenti alle finestre, sperando che il vento possa riempirli di senso.

Aspettiamo in silenzio che l’inverno finisca.

Acàsto si rompe ancora un poco; le sue mani paiono di vetro, corrose da questa polvere onnipresente e fredda.

L’inverno persiste. Noi resistiamo.

Hamida indossa da qualche mese un cilindro rosso, trovato abbandonato sotto un lampione nella Santa Città di M.

Dice che la fa stare bene. Dice che avere un cappello è come avere un tetto, e avere un tetto è come avere una casa. Dice che se hai una casa non sei perso del tutto.

Ne dice tante, Hamida, di cose. Credo le dica per non pensare.

Stanotte si sono sentite quattro esplosioni provenire dalla Città. E latrati di cani e grida intense.

Ho visto le fiamme accendere la notte, come in una festa pagana. Come in un sogno.

L’Ombra dice che dobbiamo proseguire, che restare vicino ai Margini è pericoloso, ma Acànto è troppo fragile, si spezzerebbe. L’Ombra dice che costruirà una barella, anche se, è ovvio, preferirebbe non farlo.

Io vorrei solo riavere il sole.

 

vera carbonò

 

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