Hayati [2]

C’è un grosso fiore disegnato sul muro. Un grosso fiore giallo dai tratti infantili. Poco più sotto, la stessa mano ha scritto tiprego. Così. Tutto attaccato. Un milione di volte, direi.

Un fiore giallo e poi tipregotipregotipregotipregotipregotipregotiprego…

Mi piace questo muro. Mi piace il giallo. Vorrei restare ancora un poco, ma L’Ombra mi ha già chiamato due volte. E con L’Ombra non si scherza.

Mi volto e vedo gli altri allontanarsi. Acàsto si trascina, poggiato alla spalla di Hamida. Procedono lentamente, come un unico essere allo sbando.

In fretta estraggo dalla tasca il pezzo di carbone con cui di solito mi dipingo gli occhi e, sotto quella cascata di tiprego, scrivo OK.

Procediamo da ore. Hamida canta con la sua voce elettrica di un regno fatato chiamato Libertà dove si ride e nessuno ha fame e si può dire tutto e non serve il denaro. Mi piace quando canta Hamida, è come se rimescolasse il tempo.

A Ovest l’ombra nera della Città Santa sembra un mostro addormentato pieno di aculei. Quando vivere lì era la norma, non mi sembrava così inquietante.

L’Ombra si è fermata sotto la tettoia raggrinziata di una vecchia stazione di benzina e comincia a preparare per il fuoco; sarà la nostra casa questa notte.

Mi chiedo ogni tanto se rivedrò Sedici. Mi chiedo ogni tanto se non siamo tutti morti e ce ne siamo dimenticati. Mi chiedo ogni tanto se ha senso farsi così tante domande.

Vera Carbonò

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