Ho fame, voglio dire davvero fame

Vienna è una città fredda e grigia, però di una sensualità discreta, accentuata in questo periodo dalla magia dell’inverno e del Natale. Le strade odorano a Glühwein (vino caldo e speziato) e salsiccia, e le persone si aggirano avvolti in lunghi giacconi fluttuando in un’atmosfera ovattata fatta di luci soffuse e colorate. Vienna è la tipica città germanica, ricca, vivibile, con un’attenzione maniacale alla qualità di vita dei propri abitanti. Grandi strade pedonali, piste ciclabili, parchi, trasporti pubblici efficientissimi.

alcool e barboni

Questa vetrina pubblicitaria non può che attirare una quantità enorme di stranieri che fuggono da una difficile condizione. La società globalizzata. Con la facilità dei trasporti e la comunicazione attuale non sono pensabili queste oasi di benessere perché esercitano un’attrazione troppo forte per poterle isolare come si sta cercando di fare. Africa, Est Europa, Asia, Sud America. Un’invasione silenziosa sta generando una tensione latente sul sistema di assistenza che è costretto lentamente ad abbassare lo standard altissimo che offre attualmente.

Tra questi arrivi attratti dal scintillio austriaco ci sono anche io, figlio spaesato della generazione del boom economico. Stamattina ero in coda allo sportello di un’associazione benefica che offriva cibo e vestiti gratuiti. Una coda lunga che avanzava a fatica. Davanti a me una signora turca, dietro una famiglia vietnamita. Ero lì per un documento per accelerare la richiesta di domicilio, in modo da aver diritto ad una tessera che apre le porte di tutti i teatri e musei della città. È una carta per i disoccupati. Lottavo con il senso di colpa per sfruttare un aiuto sociale pensato per i più bisognosi, però guardandomi attorno mi rendevo conto che ero nella stessa situazione della signora turca o della famiglia vietnamita. Anch’io senza lavoro e totalmente squattrinato. In fondo l’unica cosa che mi differenziava da loro è il documento di identità, e la relativa forza di cui ancora gode quello con cittadinanza italiana. Ma quali sono i meriti personali per avere il documento italiano?

I margini della società sono il posto di osservazione ideale per vederne con più chiarezza i meccanismi. L’importanza del documento di identità. È la prima cosa che chiedono appena si entra, senza neppure guardarti in viso. Mezzo di controllo sociale come mai nella storia si era riusciti a raggiungere. La gentile signora dell’accoglienza mi ha guardato leggermente incuriosita e si è accertata più volte che fossi davvero italiano. Forse non sono più abituati ad un tipo di immigrazione povera dall’Italia, ma chi può sapere dove ci porterà questa crisi. L’altra notte conobbi in un bar malfamato di Vienna alcuni ragazzi spagnoli. Erano da poco emigrati a Vienna, un’emigrazione tradizionale, non quella curiosa per conoscere una nuova cultura, ma quella di necessità, per cercare disperatamente un lavoro che in Spagna non si trova più. Giovani laureati con una formazione che però non gli offre nessuna possibilità di entrare nel mondo lavorativo, che gli costringe a fare gli stessi passi verso l’esilio forzoso che si pensava che ormai non fossero più necessari.

È un tempo interessante, una fase di transazione dove ancora è rimasta la mentalità figlia della fase di sviluppo infinito che si trova però alle prese con la realtà dei fatti e il lento ma costante impoverimento della popolazione. Una situazione grottesca in veloce cambiamento. Adesso nella biblioteca nazionale austriaca, situata nel lussuoso palazzo imperiale e all’uscita alla ricerca di cibo nei contenitori dei supermercati. La magia della società postmoderna.

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