I secoli bui

2. I secoli bui

 Alla morte di Arcenox, l’alta valle del Bodincus conobbe un breve periodo di splendore. Il suo popolo estese il dominio alle terre vicine, tramandando una storia e una cultura senza uguali. Seguì il corso del suo fiume verso le colline delle Langhe, cercando di imprimere negli ignari popoli che incontrava una storia di grandezza, sapienza e generosità. Pochi, purtroppo, compresero, essendo già stati infettati dalla sete di arroganza e potere del figlio fedifrago che occupava il letto del padre, unico signore delle acque.

Lo sbocco sul mare permise ai discendenti di Arcenox, ricordati oggi come “liguri”, di raggiungere livelli mai visti nella cultura della terra, che le acque divine del Bodincus irrigavano, trasmettendole magici segreti. In Langa nacque l’uva e il vino, nei pressi della sorgente, il luogo sacro per eccellenza, esplose l’agricoltura. Nei terrazzi sospesi sopra le acque cristalline e protetti dalle alte pareti di monti pallidi e severi si produsse e si raccolse di tutto e di più.

Il momento di massima espansione dei Liguri e del loro simbolo agricolo per eccellenza: il tomaticus tanaricus. L’odio e l’invidia dei popoli vicini si abbatte su di loro e sul grande fiume che li rappresenta.

 Meraviglia tra le meraviglie, simbolo stesso del Bodincus e della sua gente, raggiunse fama assoluta il “tomaticus tanaricus”, il pomodoro autoctono della valle. Di sapore ineguagliabile e ineguagliato, il suo colore, rosso come la passione e la verità, si rifletteva sui volti ingrati e fraudolenti della gente del nord, illuminandoli di vergogna e falsità. L’invidia divenne la loro ragione di vita e la distruzione dei liguri, del loro padre-fiume e delle loro conquiste un sogno da realizzare a tutti i costi.

 

I primi esemplari di “tomaticus tanaricus” ottenuti nelle serre isopendolari a ribaltamento elettronico, in cui il DNA ricavato dai semi fossili è stato isolato e riportato in vita (vedi testo per maggiori spiegazioni)

Tuttavia, la situazione non precipitò subito, grazie all’arrivo dei Celti. Popolo semplice e rozzo, sapeva, però, gustare i piaceri della vita e li considerava superiori alla fame di potere e di conquista. La pianura che si estendeva davanti a quelle tribù nomadi, decimate nell’attraversamento delle creste alpine, fu più che sufficiente a soddisfarli. Si fermarono e divennero stanziali, arricchendo le loro mense dei grandi vini commerciati dagli etruschi e dei frutti di una terra benigna. Dopo pochi momenti di scontri e di incomprensione, stabilirono una pace serena con i liguri e accettarono con piacere molte delle loro conquiste e tradizioni.

 I Celti accettarono e condivisero le conquiste dei Liguri. Adorarono il loro fiume Bodincus preservando l’antico nome di origine ligure nella sua parte superiore. Tradussero il nome nella loro lingua (Padus) e lo assegnarono al corso inferiore. Il percorso del grande padre d’acqua rimase, però, sempre lo stesso e la sua sorgente venne riconosciuta nella divina fonte “nigra”. Questa sudditanza morale verso i Liguri, accentuò ancora di più l’odio dei popoli del nord, assoggettati e umiliati dai Celti.

Capirono il valore divino del Bodincus, mantennero il nome originale e lo venerarono come un nuovo padre. Tradussero solo il termine Bod (profondo) nella loro lingua (Pad) e lo assegnarono al corso inferiore del grande fiume. Bodincus e Padus, due nomi per un solo padrone sterminato che dalla sorgente “nigra” giungeva fino al mare. Probabilmente i celti estesero la cultura del tomaticus tanaricus all’intero corso dell’immenso corso d’acqua, come è stato recentemente confermato da ritrovamenti, nei pressi di Rocchetta Tanaro, di forme ibride riconducibili geneticamente al pomodoro autoctono.

 Un rarissimo esemplare ibrido di tomaticus autoctono del Bodincus, rinvenuto sulle sponde dell’odierno Tanaro nei pressi di Rocchetta Tanaro.

Questo periodo di calma e di distensione fruttuosa e pacifica durò poco. Giunsero presto i romani e combatterono a lungo, ebbri di potere e conquista. Cacciarono i celti e confinarono i liguri nelle zone più prossime alla sorgente “nigra”. I maligni popoli invidiosi dei liguri, che con sofferenza avevano accettato succubi la presenza e le regole dei celti, si schierarono immediatamente con i conquistatori che venivano dal sud. In cambio di squallidi servigi, di vili intrighi e di infami tradimenti, ottennero la vendetta a lungo agognata. Ai romani non dispiacque cancellare il nome Bodincus e assegnare al Padus il percorso che proveniva dal monte più alto delle Alpi, l’odierno Monviso. Così almeno sembrava alla loro ignoranza geografica e geologica.

D’altra parte il fiume più lungo di quella enorme pianura che veniva inglobata nel nuovo impero non poteva non nascere dalla cima più alta. I servi di Roma, i figli fedifraghi del Padus, i padani, distrussero le coltivazioni del simbolo stesso dell’antico popolo illuminato del Bodincus, il tomaticus tanaricus. Distruggendolo gli diedero comunque il nome ricordato fino a oggi, quel tanaricus che prendeva spunto dal nome celtico “tanar”, sinonimo di tuono, di rumore fastidioso e assordante. In questo modo vollero etichettare come molesta e sgradevole una tradizione che volevano fosse annullata per sempre.

Di tutto ciò ai romani importava ben poco, tesi com’erano ad ampliare i confini dell’impero verso ogni direzione. Passarono secoli e anche i romani dovettero arrendersi ad altri invasori e ad altre culture. I popoli del Padus si divisero, si scontrarono tra loro, chinarono la testa ai nuovi arrivati, pervasi da un senso atavico di vergogna e di rabbia mai sopita. Ormai nessuno ricordava più l’origine e la storia sublime di Arcenox, del Bodincus e della fonte “nigra”. Tuttavia, il DNA dei padani trasmetteva di generazione in generazione un senso di disagio per una verità che non era mai stata rimossa del tutto. Una vittoria basata sull’infamia e la menzogna non riesce mai a soddisfare l’autore del crimine.

Si era ormai nel quindicesimo secolo e la pianura del Padus rimaneva terra di conquista e senza vera identità. Le canne seguono il vento senza cercare di resistere, il modo migliore dei vili per sopravvivere alle invasioni. Con ingrata malafede alcuni padani si accordarono con gli spagnoli, desiderosi di estendere il proprio dominio verso terre sempre più lontane. Approfittarono di un prezzolato mercante avido e ambizioso di origine ispanica, ma costretto a vagabondare per sfuggire all’ira delle vittime dei suoi imbrogli. Lui adorava solo i soldi e la ricchezza ed era disposto a tutto pur di rimpinguare le sue borse. Lo fecero passare come navigatore di origine ligure (l’eterno odio verso il popolo del Bodincus restava immutato) e gli assegnarono il nome di Cristoforo Colombo.

Ne fecero un mito vivente, un dominatore dei flutti, un esploratore impavido e di esperienza ineguagliata. Lui, proprio lui, che non aveva mai imparato a nuotare e che si era incagliato tra gli scogli nella sua unica uscita in mare, dopo aver rubato con l’inganno l’imbarcazione a un nobile credulone di Genova. In un modo o nell’altro, la regina di Spagna fu convinta dalle parole padane e affidò tre navi all’impavido “condottiero” spingendolo verso le lontane terre d’oriente attraverso il misterioso Oceano Atlantico. Ovviamente, non era quella la giusta direzione, ma l’ignoranza della sovrana, dei popoli del Padus e dell’improvvisato ammiraglio era di gran lunga superiore alla loro sete di ricchezza e di potere.

 Un ritratto di Cristoforo Colombo eseguito in Spagna durante il periodo della sua massima notorietà. Malgrado gli abiti e il taglio di capelli “alla moda”, non si può non notare lo sguardo malevolo, viscido e superbo. Nemmeno il pittore di corte riuscì a smussare queste caratteristiche così profondamente impresse nei lineamenti del disonesto truffatore.

Ai padani poco importava delle ricchezze e dell’oro e volevano solo che la loro creatura “posticcia”, Cristoforo, tornasse con la prova definitiva che l’antico simbolo del popolo del Bodincus, il tomaticus, provenisse da terre lontane e inesplorate. Finalmente, avrebbero distrutto per sempre il ricordo di un gesto infame che ancora pesava come un macigno nei loro animi. I discendenti avrebbero finalmente annullato quella tara psicologica che li perseguitava di generazione in generazione.

La fortuna più sfacciata aiutò Cristoforo ed egli si imbatté in un nuovo mondo ricco di oro e di strani frutti della terra ancora sconosciuti agli europei. Non fu difficile inserire tra essi anche il tomaticus. Non è ancora chiaro agli storici se Colombo avesse veramente trovato il pomodoro nel nuovo mondo o se in realtà fosse stato prodotto in luoghi ben nascosti dove i padani mantenevano in vita una sua limitatissima produzione. In ogni modo, i semi avevano ormai perso del tutto le caratteristiche primordiali del Bodincus. Solo l’acqua che usciva dalla fonte nigra e si riversava a valle attraverso il Nigrone poteva trasmettere le qualità irraggiungibili del tomaticus autoctono.

Enzo Zappalà

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