In nome dell’amore (e del sesso)

Nel 411 a.c. Aristofane, nelle parole della Lisistrata, raccontava che il marito che imponeva l’atto sessuale alla moglie doveva penare e per nulla perché “ l’uomo non può godere se non gode anche la donna”.  Un’affermazione chiara della centralità del piacere sessuale reciproco nella coppia. In termini spazio temporali l’umanità ha percorso 2413 anni.  Da un paio di generazioni tale centralità è tornata in auge, dopo un tunnel di quasi ventiquattro secoli.  Secoli in cui la vita dei coniugi era ossessionata di regole e raccomandazioni.  E l’attività sessuale extraconiugale una buona scusa per attivare stigmi sociali e condanne in aule tribunalizie. Millenni di cattività. La domanda più provocatoria che è possibile realizzare relativamente al recupero della consapevolezza sessuale di massa può essere: “Quanto la pornografia ha contribuito alla liberazione della mente umana?”.

Probabilmente la risposta dipenderà dai punti di vista, da quanto i ventiquattro secoli hanno inciso nella cultura di chi assume differenti posizioni, dalla volontà di semplificazione dell’argomento.

Un osservatore longevo, distaccato, obiettivo, riderebbe di noi. Si burlerebbe di questa danza ossessiva sugli stessi temi, un giro a destra e poi a sinistra, per ritrovarsi nel medesimo punto. Riderebbe che non riusciamo a dimenticare il torto che divide la nostra famiglia da quella del vicino di casa da tre o quattro generazioni; ma che abbiamo dimenticato in pochi anni come trattavano i migranti italiani nelle americhe (o il belgio o la svizzera) riservando ora lo stesso trattamento a chi migra verso la penisola.

Ancora un passo verso 2.413 anni fa; dove le donne greche, guidate da Lisistrata, adottano lo sciopero dell’amore (e del sesso) al fine di convincere gli uomini a dismettere le armi e cessare una guerra catastrofica e ingiusta.  Qualche giorno fa incontrando un mio coetaneo ho sentito affermare “da questa crisi si uscirà con una guerra, giusta o sbagliata che sia”.  Non è la prima volta che una voce simile riecheggia nel popolo.  Nello stesso istante ti raccontano che per mancanza di soldi non ci sarà più stato sociale. E scuole pubbliche. E che si è vissuti in un epoca irripetibile di diritti sociali  a favore dei più deboli. Non una parola sui soldi destinati alla guerra. Nessuna riduzione negli armamenti.

Non c’è che da augurarsi che ancora una volta l’amore (e il sesso) intervengano a salvarci dalla nostra stessa follia.

a.

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