Insegna Saussure: le lingue non esistono.

Come ogni costruzione identitaria, quella linguistica poggia su un’ideologia romantico/fascista. Lo sapevano bene Dante Alighieri e la chiesa cattolica e secoli dopo l’Accademia della Crusca (e Leopardi e Manzoni e Carducci e Marinetti…). La lingua, come la cultura, è una costruzione ideologica che pretende di regolamentare, discliplinare ed immobilizzare lo scorrere dell’acqua sotto i ponti e del vento tra le foglie degli alberi: impedire cioè la fatale contaminazione, evoluzione ed infine abbandono delle parole ai morti, ai tempi che non sono più, alla polvere dei libri, al tetro e teatrale sguardo nello specchio della propria limitatezza. Le parole vanno lasciate andare a copulare con le nuove, germogliare e morire in solitudine. Le parole, come gli umani, sono tutte bastarde.

Per qualcuno la sottrazione del feticcio è un lutto (Lacan) ma ai nostalgici occorre ricordare che l’oggetto ritrovato non è mai quello perduto (ancora Lacan). E ancora che la difesa della lingua, come la difesa della razza, è un concetto fortemente passivo e regressivo dai connotati incendiari.

In termini psicologici, l’idea di difesa della lingua non è dissimile dall’idea di difesa della razza. In entrambi i casi l’oggetto di feticcio è la purezza. Eppure sappiamo bene che il sangue e le parole e tutte le cose che ci circondano, incluse quelle spirituali, provengono dopo un lungo viaggio dai posti più impensati e lontani e continuano ad andare oltre di noi. Le parole e le cose viaggerebbero liberamente come farfalle se non esistessero ben diffuse e capillari idee totalitarie di confine, di muro, di purezza. Idee da roccaforte, difensive e passive.

La lingua è un mezzo di comunicazione non un valore. La lingua è uno strumento, una pratica sonora, non un fine e come tale andrebbe praticata: per praticità. Nella Biennale di Venezia del 2009 – un evento strutturato sull’idea di nazioni/padiglioni – era presente anche, come evento collaterale, il padiglione K, dedicato al Kurdistan e ai Paesi Baschi. Nel catalogo di presentazione, sottoscritto da Massimo Cacciari, Dario Fo, Franca Rame nonché da tanti artisti curdi e baschi, era scritto che un popolo è contrassegnato dalla lingua della mamma e che là dove si parla curdo, quello è il Kurdistan, come nel Mein Kampf di Adolf Hitler dove si dice che là dove si parla tedesco, quello sarà il Terzo Reich. In fondo poi, Euskadi – cioè Paesi Baschi – vuol dire luogo dove si parla euskera, cioè il basco. I paesi baschi sono l’esempio perfetto di carnificazione della lingua. Eccola l’ideologia dell’identità linguistica preludio dell’evocazione di quella culturale, storiaca, religiosa, ecc.: sotto sotto, dietro a ogni rivendicazione identitaria, lo psicologo ci conferma che c’è sempre una radice di difesa genetica e genetista, razziale e razzista.

Il parlare degli umani si evolve continuamente e dovremmo essere neutrali di fronte a questo processo che avviene naturalmente (anche se con la scolarizzazione – cioè con lo studio della grammatica, delle regole, ecc. – i processi di evoluzione hanno subìto un rallentamento). Per secoli, senza la preoccupazione di nessuno, le lingue si modificavano continuamente e le parole volavano via, scomparivano anche dal ricordo. Si pretende oggi di difendere – forse per i prossimi 730.000 anni – tutte le grammatiche intitolate a lingue del mondo esistenti? Vogliamo fare degli umani il museo linguistico di se stessi? E poi magari condannarli a parlare, vestirsi, comportarsi come piace a chi invoca la purezza e la predestinazione? Torna ancora una volta l’antica maledizione: geografia e destino.

Sul concetto di perdita.
L’idea di popolo è connessa con quella di destino. L’idea di destino è l’idea di una responsabilità limitata della persona nella costruzione del sè. L’idea di popolo suppone che tu debba essere il portatore di una scala di valori predefinita. Il catechismo della retorica romantico/fascista sui popoli si fonda sull’idea biblica del comandamento Onora il padre, l’idea cioè che i cognomi e il destino siano importanti: il nipote come il prosecutore e rappresentante del discorso esistenziale di suo nonno.

Questo è il tempo dei revival, del recupero, dello sguardo impaurito che preferisce guardare indietro anziché attorno a sè. E’ il tempo dunque della paura: paura anche delle altre lingue. Fa paura questo ritorno alla paura. Invece di anelare alla trasformazione, alla scoperta della terra e del mare; invece di conquistare noi stessi nel superamento, ci si vuole barricare dal mondo. Costruire un muro in più.

Imagine
Imagine there’s no heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today…

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace…

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one

Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world…

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one

Giamma

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