La rinascita e il riscatto

Lo sguardo fiero, sicuro, tenace e nel contempo dolce del grande Erik, l’uomo che sussurrava al Negrone. A lui si deve la riscoperta della Fonte Nigra e dei semi fossili del tomaticus tanaricus.

Erik era poco più che un bambino quando già si arrampicava libero e felice tra le rocce carsiche del Mongioie e del Marguareis. Suo fedele amico era quel torrente che scorreva tra macigni e prati, tra forre e polle e che sembrava parlargli con il suo continuo borbottio, a volte pacato a volte impetuoso.  Erano inseparabili e ognuno conosceva i segreti più intimi dell’altro. Per gli abitanti di quella stretta valle tra Ponte di Nava e il confine francese che lambiva i villaggi di Upega e Viozene, il torrente era solo il Negrone, per Erik era un compagno di giochi e di avventura.

Crescendo, ai giochi si sostituì la voglia di scoprire, di svelare i misteri che il corso d’acqua sembrava nascondere tra grotte e fessure. Entrava e usciva dalla pietra, spariva e ricompariva in un turbinio di spuma e di trasparenza cristallina. Quel cartello che campeggiava più a valle, dove il “suo” torrente si univa al Tanarello, era diventato un ossessione, un insulto: “Qui nasce il Tanaro”. Che assurdità geografica! Che banalità frettolosa e inconcludente. Il Tanaro continuava seguendo il suo Negrone, prima chiaro e netto e poi sempre più voglioso di giocare con le montagne, quasi timido nel mostrarsi e sempre voglioso di nascondersi.

Erik, ormai uomo di esperienza e di studio, aveva scelto di lavorare in quel luogo magico e appassionante. Ufficialmente era guardia parco e svolgeva il suo compito con professionalità magistrale. Nel contempo, però, inseguiva il suo sogno: conoscere sempre di più il “suo” torrente impetuoso e misterioso. Entrò nelle grotte più profonde, si calò nelle voragini, trovò passaggi insospettati, segnò metro per metro il percorso del suo amico liquido. Alla fine la trovò: la fonte Nigra, l’origine di tutto. Studiò la storia, frugò negli archivi, raccolse testimonianze, analizzò sassi e dirupi fangosi. Il quadro della conoscenza e della verità apparve davanti a lui dissolvendo gli ultimi segreti come fossero nebbia prima di una giornata di Sole radioso. Ora sapeva e doveva farlo sapere a tutti.

Il fiume sacro di Arcenox, il Bodincus, era tornato in vita e chiedeva il giusto riscatto. Come un urlo silenzioso, il richiamo di Erik si fece trasportare dal Tanaro fino alla pianura e arrivò nel luogo da cui era partito Arcenox. Lo raccolse lo scrivente e gli si aprì la mente. Un impulso irrefrenabile lo spinse e cominciò ad avvicinarsi al fiume del vino, il Tanaro, con occhi diversi.

Ammirò le Rocche del Roero, si immerse nell’antico padrone dell’immensa pianura, capì qual’era il suo compito: la scienza doveva prendere per mano la passione. Analizzò carte e mappe antiche, le confrontò con quelle odierne; fece misurazioni sempre più accurate e rilesse la storia del Padus; capì gli inganni del fiume e della sua gente; si recò nel luogo della confluenza, a Bassignana, e comprese. Alcune lacrime accompagnarono la scoperta della verità. Il predominio del Bodincus, del Tanaro, era stato celato malgrado la sua lunghezza fosse già di per sé una prova inconfutabile. La sua acqua era limacciosa e non accettava l’unione con il traditore: non voleva mescolarsi con chi aveva tramato per secoli e aveva tentato di nascondere una verità limpida come le acque della lontana sorgente Nigra.

Sì, è vero, il Tanaro sembrava un suddito quasi fedele, la sua portata era nettamente inferiore a quella dell’usurpatore. Poteva, però, quella ridicola messinscena  spegnere l’ardore dello scrivente? Certamente no! Percorse metro dopo metro, a ritroso, il tragitto del grande fiume violentato e irriso e comprese l’inganno più subdolo. Seguì anche il vile Po e il quadro divenne ancora più chiaro. Quest’ultimo era stato allungato attraverso la creazione di meandri “fasulli”, scavati dai popoli del nord per allungare artificialmente il suo percorso. Inutilmente però, dato che malgrado la nascita ridicola e artificiosa indicata dalla confluenza del Tanarello con il “sacro” Negrone, il Tanaro superava di ben sei chilometri l’infido e artefatto rivale (276 contro 270).

L’azione denigrante dei suoi protettori era andata, però, ben oltre: anche la portata del Bodincus era stata manipolata ad arte. Infatti,senza un’ulteriore manovra subdola e truffaldina, anche la potenza del Tanaro avrebbe giocato a suo favore. A Lesegno, infatti, il Tanaro era sbarrato da una diga ed era costretto a cedere tutta la sua portata, per scopi idroelettrici (così veniva detto…), rimanendo completamente asciutto per circa un chilometro. Un’altra diga nei pressi di Niella prosciugava nuovamente il fiume per qualche chilometro. A Bastia Mondovì succedeva lo stesso e così a Clavesana, per ben due volte in un breve tratto. Per vari chilometri il suo letto rimaneva pressoché asciutto. Stesso scenario si ripresentava svariate volte, più a valle, nei pressi di Farigliano, di Monchiero e  Narzole. Un vero stillicidio, un dissanguamento senza fine. A Felizzano, infine, un’ultima grossa diga sfruttava le sue acque riducendone la portata proprio poco prima dell’incontro con il vile traditore. Lui, il Po, ovviamente, non subiva azioni analoghe e a Bassignana si presentava ricco e pimpante. Senza dighe il Tanaro avrebbe facilmente distrutto anche l’ultimo alibi del Po: la maggiore portata d’acqua.

Tutti gli inganni erano stati svelati e lo scrivente doveva passare all’azione. Sì, ma come? Il richiamo di Erik era arrivato fino a lui, ma l’origine restava ancora anonima e sconosciuta. Ed ecco che il terzo tassello, quello decisivo, si inserì al posto giusto, risolvendo il “puzzle”. Un gruppo di giovani, ricchi di valori autentici e di sete di giustizia, guidati dalla saggezza di un candido coniglio, stava girando un documentario sul Tanaro, la sua gente e le sue lingue. Erano proprio l’anello mancante della catena che legava la nuova verità scientifica del Tanaro e quella passionale e ardita del Negrone.

I giovani eroi moderni fecero sì che la mano dello scrivente stringesse quella di Erik e ogni tessera andasse al suo posto. Al Tanaro si dovevano aggiungere i chilometri del Negrone, torrente con portata d’acqua continua e quindi con tutti i diritti di allungare il percorso del grande fiume verso una sorgente ormai riscoperta. I chilometri totali del grande fiume, dimenticato troppo a lungo, arrivarono a 288, un’enormità rispetto a quelli manipolati del fraudolento Po.

Le scoperte, però, non finirono con quella ritrovata verità. Durante una delle innumerevoli visite sulle sponde del Tanaro, effettuate dallo scrivente, accadde qualcosa di meraviglioso e insperato: il tomaticus tanaricus esisteva ancora! Non vi erano dubbi, ma le analisi chimiche dovevano seguire il loro corso. Il DNA era quello e confermava un’origine risalente a secoli e secoli prima del viaggio prezzolato e mendace di Cristoforo Colombo. Tuttavia, quanto era stato alterato, corrotto, deformato dalle manovre rabbiose e vigliacche dei popoli del nord! Sembrava impossibile poter ripristinare la catena primigenia di quel frutto che tanto lustro aveva dato alla valle del Bodincus. Gli scienziati dondolarono tristemente il capo.

Ma ecco che Erik portò, ancora una volta, luce e speranza. Durante una delle sue continue esplorazioni nella culla del Tanaro, tra i dirupi bagnati dal Negrone, alla ricerca di una non impossibile risorgenza del “suo” torrente a monte della fonte Nigra, percorse una caverna che appariva senza fine e uscì su uno spiazzo erboso, mai calpestato dall’uomo moderno. Lì, ai piedi di una roccia tondeggiante, sicuramente elaborata e modificata artificialmente in un tempo remotissimo, si imbatté in un pugno di semi fossili. Erik capì subito la portata immensa della sua scoperta: aveva in mano i semi dell’orgoglio del popolo del Bodincus, del vero e primigenio tomaticus tanaricus. Quello era il luogo in cui i discendenti di Arcenox si ritrovavano per adorare il loro frutto simbolico.

 La sua certezza, basata su ardore e passione, venne confermata dagli studiosi. Bisognava fare in fretta, agire contro il tempo, ma la volontà riuscì dove le forze umane avrebbero forse desistito. Da quelle particelle pietrificate furono estratti, quasi con rabbia, brani di DNA che, inseriti nei semi ritrovati dallo scrivente sulle sponde del Tanaro, riuscirono a compiere il miracolo: il tomaticus tanaricus era tornato in vita.

I primi frutti cominciarono a mostrarsi in tutta la loro fragranza e perfezione al popolo dell’alta valle. Ancora increduli, sospesi tra speranza e dubbio, i cervelli più illuminati cominciarono a comprendere e a sognare, con sempre maggiore tenacia, una nuova era dell’antico Bodincus.

Il popolo insorse lentamente e spiritualmente, facendo nascere prima una corrente, poi un movimento e infine un vero e proprio Stato dell’anima, la Tanaria. Chi, se non il candore immacolato del coniglio Lapo, testimone della irrefrenabile ascesa del grande fiume tornato in vita, poteva essere acclamato suo presidente? E così fu. Oggi, la Tanaria esiste ed è vitale, pronta ad arricchire di nobili principi e di valori purissimi le menti sempre più disposte ad aprirsi.

Un futuro radioso attende il fiume ritrovato.

[Enzo Zappalà]

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