L’odore della delusione

Sentivo l’odore amaro della delusione, sapendo che non avrei potuto avere altro specchio che la pozza d’acqua che si formava nel giardino dopo ogni acquazzone. La goccia che ogni notte batteva la mia testa mi ricordava che avevo scordato il tetto della mia casa. Lungo la strada i corvi neri divoravano il cadavere di un cane arrugginito dalla carrozzeria dell’auto che lo aveva ucciso. E le macchine sfrecciavano travolgendo il corvo che puntava al pezzo di carne migliore.

Il giornalaio urlava che il mondo non era ancora terminato promuovendo ancora una volta un libro che profumava di rose e lillà. Attraversai il piccolo parco insinuato tra il palazzo delle banche e il basso museo di antropologia. Il gioco era evitare di posare le proprie scarpe nelle generose merde dei cani dei banchieri. Alla fermata del bus una donna mi fissava con gli occhi spenti di un amore ormai finito. L’odore fortissimo delle sue mestruazioni inondò il mio cappotto. L’avevo acquistato all’ultimo piano di un albero in cui vivevano gli scimpanzé che svuotavano le cantine. I vestiti in vendita erano appesi notte e dì sui rami e i cani randagi avevano appaltato la vigilanza.

Il seno della donna reclamava ancora gioventù ed attenzione proponendosi come rifugio di nostalgici del petto della madre. Il bigliettaio urtò il cappotto in piedi due file avanti a me, che mormorò parole velenose di un lavoro che non lo gratificava. L’autobus percorreva lento le salite, riflettendo sui propri vetri i visi di ragazzini svezzati dalla pornografia per avvicinarsi all’amore.

Non era ancora mattino, poco prima del mattino, e lo sguardo della donna di fronte a me, ancora delusa dall’uomo a cui aveva aperto le cosce, poche ore prima che le mestruazioni rendessero necessari paracetamolo ed affetto, mi rese a mia volta donna.

Dimenticai il motivo per cui, in quell’alba che non finiva mai, ero uscito di casa alla ricerca di un profumo che mi aveva destato tanto presto. Ero uscita senza reggiseno; in quel momento ero ancora uomo, e ora percepivo il disagio dell’indossare ancora una camicia troppo ampia. Scesi dal bus attraversando un ampio parco contornato di panchine e bidoni dell’immondizia. Alcuni uccelli affermavano ancora la presenza della natura nelle crepe del cemento. Vidi una pianta testarda rompere in due un muro grigiastro che sosteneva un parcheggio.

Un dolore localizzato sotto l’ombelico annunciava l’arrivo delle mestruazioni rendendo impellente ricorrere ad un assorbente prima che il sangue attirasse le mosche sulle mie cosce. Una colonia di formiche trasportava briciole di amianto di una casa in rovina. Gli occhi golosi del custode del parco si soffermavano sui miei seni che si adagiavano nelle pieghe della camicia. I passanti si voltavano percependo l’odore degli ormoni che ribollivano nel mio corpo.

Il pulsare del cuore tuonava nella mia testa, mi muovevo veloce per non incrociare gli sguardi. Una moneta incastrata in un tombino, cartoni stesi su un barbone. Un brusio assordante di città indifferente. Una signora osservava il suo turno per rovistare nei rifiuti. Nella mia testa il desiderio di ritornare a casa, stendermi in un letto, e ritrovare l’incoscienza del sonno. Rivissi per un attimo il mio primo incontro con il sesso, anni prima, quando sedicenne avevo acquistato un corpo per scrollare via l’ansia del primo conflitto fisico con un altro corpo. La ricordo bionda, un profumo che non riusciva a coprire un nudo che sapeva di pelle e di sesso. E le sue mani che carezzavano i miei capelli e le mie ansie.

I pensieri a ondate transitavano per il mio corpo, travolgendo di calore gli intestini fino ad aumentare il battito del cuore. Il seno puntava la maglietta ormai stretta al mio petto, cercavo consapevolezza in un corpo per me diverso. L’arte è lo strumento utilizzato da coloro che prevedono il futuro. Incontrai un uomo intelligente. L’uomo intelligente sapeva soppesare le mie tette e allo stesso tempo a capire quel che gli dicevo. Avevo bisogno di valutare la comprensione esterna del mio corpo, ma volevo distaccare totalmente la mia mente, il mio pensiero dal mucchio di carne, ossa e fluidi in trasformazione. Mi vidi riflessa nel vetro di un televisore e come sempre stentavo a riconoscere quella persona che mi doveva essere famigliare. Da bambino spesso mi estraniavo dal corpo, volevo essere solo mente, pensiero, azione.

L’uomo si allontanò. Cercai di seguirlo, prima camminando e poi solo con lo sguardo, perdendolo nello sciamare delle formiche. Camminai un’ora, forse due. A volte vedevo i piccioni avventarsi sulle briciole smarrite dai turisti. Alzavo lo sguardo senza riuscire a distinguere i visi, la vista si perdeva nel tentativo di mettere a fuoco le loro facce.

Presi il primo autobus che fermò ad un incrocio dove gli alberi rompevano la simmetria dei pali dell’illuminazione pubblica; faticai a reggere il puzzo del sudore che trovai a bordo.

Percorsi un tempo infinito su quel mezzo che ansimava per salite  e discese, con un autista impegnato periodicamente ad osservare le farfalle che iniziavano ad animare la natura.

Mi addormentai, svegliata da una presenza tranquillizzante di là dal finestrino; vidi il sole adagiarsi dolcemente sulla superficie piana del mare. Appena possibile chiesi all’autista di fermare il mezzo. Una spiaggia si apriva a levante e a ponente senza presenza umana. Gli alberi le facevano corona abbassando lo sguardo al vento del sud. Faceva caldo e mi disfai di ogni abito, ormai superfluo. Camminai sino a quando l’acqua non arrivò alle mie spalle. Un dolce abbraccio mi cingeva ai fianchi.

Le onde, delicate, mi dondolavano e l’umanità era ormai lontana. Non ne sentivo la mancanza. L’eco delle voci che mi richiamavano ai doveri della vita, alla necessità di realizzazione era solo più un debole mormorio soffocato dal canto della natura.

Ero cambiata, e la natura mi aveva accolto, come figlia ritornata a lei. Erano anni che mi aspettava, mi disse, da quando giovinetto avevo lasciato i boschi per la strada che ti dicevano era giusto seguire.

Non mi chiese se ero uomo o donna, appartenevo a lei che mi conosceva senza necessità di spiegazioni.

E per un attimo il mio corpo, il mio contenitore, la mia gabbia, mi trasmise una reazione chimica di serenità.

 

andrea carbonò

Bookmark the permalink.

Lascia un commento