Ma i paparazzi sono i missili del Papa?

Questa sì che è una domanda che da sempre inquieta non solo la mia coscienza ma quelle degli uomini di buona volontà di tutto l’Occidente e forse non solo di questa parte del mondo. Chi mai ha salutato l’alba di un nuovo mattino senza porsi questa fondamentale domanda?

Siamo sinceri, onesti con noi stessi, questo è uno dei dilemmi centrali della modernità, uno dei temi che hanno scosso ideologie che sembravano inermi e fossilizzate su se stesse, fornendo loro una motivazione tale da scollarle dal secolare torpore in cui erano vissute sino ad allora. Fiumi di inchiostro sono stati scritti nel vano tentativo di porre quanto meno un punto fermo nella difficile querelle. Eppure nonostante questi inesausti tentativi, che hanno visto impegnati la migliore intellighenzia del nostro mondo culturale e forse, come già accennato sopra, non solo del nostro amato Occidente, non siamo ancora giunti a una soluzione che possa definirsi universale, ecumenica, accettata e riconosciuta da tutti come finalmente valida. A un simile arduo compito, tentato da molti ma mai raggiunto da alcuno, mi accingo anche io, seppur con le mie umili forze. Mi sorregge però in questo arduo tentativo il fermo convincimento di avere al mio fianco le mai sopite e indomite energie verbali degli studenti e soprattutto delle studentesse che attualmente frequentano la classe IV Igea e che da sempre hanno colorato il mondo con il loro eterno vocio, che si trasformava nelle ore di lezione in continuo parlare, che poi assumeva, sempre a scuola, le caratteristiche di un colloquio senza interruzione, sovrapponendo il suono della propria voce a quello di decine di altre, riuscendo a creare così un’armonia quasi perfetta che ben poco aveva da invidiare alle meraviglie del suono armonico delle abissali distanze che definiscono l’universo intero.

Intimorito dunque dalla difficoltà del compito, ma forte di un simile sostegno, mi sono accinto ad analizzare il problema postomi, tentando di sviscerarlo, innanzi tutto, nelle sue più profonde articolazioni per coglierne tutti i possibili nessi, le più nascoste propaggini, i retaggi più insidiosi e pervicacemente celati alle intelligenze umane. Come ben insegna una celebre massima occidentale “il diavolo si nasconde nei particolari”, ed è lì che va cercato, scovato, snidato, accerchiato, combattuto e infine vinto “ad maiorem dei gloriam”. Conscio di tale particolarità e dotato della sagacia caratteristica del mondo contadino, che da sempre ha arricchito la terra con le sue arguzie, mi sarei accinto a risolvere il caso cercando di coglierne gli aspetti meno visibili a occhio umano ma forse più veri e autentici. Non a caso ho utilizzato il condizionale, perché, figlio del mio tempo, immemore di secoli, ma che dico, di millenni di pervicace cultura contadina, mi sono mio malgrado gettato a capo fitto in una inutile quanto costosa, in termini di tempo, ricerca sulla rete Internet. Ma come è possibile che nel nostro mondo ormai globalizzato e standardizzato non si possa fare a meno di Internet per qualunque possibile iniziativa più o meno complessa, più o meno difficile e articolata? O tempora! O mores! Eppure sì, anche io sono caduto vittima dell’illusione che Internet potesse risolvere o quanto meno indirizzare le nostre ricerche verso soluzioni, non dico ultimative e risolutive ma almeno indicative di una via di uscita finalmente accettabile dai più o quanto meno dai saggi o almeno dai pochi e in mancanza d’altro almeno da me stesso.

Mi sono dunque gettato a capofitto nella Rete, e quando si utilizza la R maiuscola voi, o stimati lettori, ben intuite trattarsi della Rete superlativa, quella che unifica il mondo intero con un solo click, quella che, almeno agli ingenui quale io sono e miseramente mi dimostrai, promette facili soluzioni ancorché fallaci e caduche. Ovviamente come prima ricerca mi gettai su Wikipedia, non ottenendo però che risultati sommari, incongrui, incompleti, inarticolati e in buona sostanza inutili. Utilizzai tutti i motori di ricerca conosciuti e ne scoprii altri a tutt’oggi ancora inesplorati nelle lingue più strane e misconosciute non solo ai dotti ma anche a coloro che ignorano anche i più modesti rudimenti dell’intelligenza umana… nelle sue più elementari articolazioni. Provai, tentai, affrontai montagne inesplorate, scesi e ridiscesi negli abissi delle conoscenze esoteriche, gnostiche, iniziatiche, mistiche ma sempre senza ottenere alcunché, nonostante il mio intento fosse chiaro, preciso, rettamente indirizzato e la mia coscienza fosse pura nel tentativo di raggiungere la meta, che si allungava però sempre più verso un inesausto e sconfinato orizzonte.

Mi chiesi allora se non si trattasse di qualche gioco di parole, di quelli cari agli studenti e spesso utilizzati come passatempo nelle ore di lezione, tanto per abbreviare l’ora che volge inevitabile al desio del pranzo ma che lo fa desiderare oltre ogni umana sopportazione quando si è inchiodati a un banco di scuola e non si vede la libertà se non da un misero lembo di case che dalle cimase dell’edificio della scuola elementare, posta di fronte alla nostra scuola, limita la vista sul cielo di quel Piemonte che ormai volge verso la Liguria e che, per certi versi, già profuma di Provenza. Quale poteva essere questo “gioco di parole” così astruso e di difficile interpretazione da non essere stato scalfito da alcuno dei maggiori intellettuali occidentali, e forse neanche solo occidentali, che di questo grave problema si sono occupati?

Potremmo forse individuare il primo termine del problema posto e sviscerarlo fino a ritrovare in esso una traccia? Paparazzi, ma quindi anche Papa razzi ma forse Papa Razzi, quindi Papa Ratzi, cioè infine Papa Ratzy, sì certo, un chiaro riferimento a Papa Ratzinger, il Papa tedesco conservatore per eccellenza. Il richiamo era troppo evidente non poteva che condurre alla soluzione dell’enigma….io credevo….ma come si poteva configurare la seconda parte dell’assunto proposto? Forse avevo intrapreso una strada costellata di rose e viole ma senza una chiara via d’uscita che conducesse al di là di un oscuro recesso privo di reali prospettive.

Così mi ritrovavo per Roma a vagare con in mente la domanda del secolo: “i paparazzi sono i missili del Papa”? Ed ebbi improvvisa la percezione di essere vicino alla soluzione, prossimo nella fisicità dell’esistenza che mi aveva condotto a formulare una simile proposizione proprio in quel luogo. Perché proprio a Roma mi si era palesata quella pervicace e ostinata domanda? Ma certo un nesso doveva esserci! Tutti i dati della realtà esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali. Tutto pare dominato dal caos ma tutto ciò che accade è definito da leggi deterministiche, in grado di esibire una empirica casualità nell’evoluzione delle variabili dinamiche. Questo comportamento casuale è solo apparente, dato che si manifesta nel momento in cui si confronta l’andamento temporale asintotico di due sistemi con configurazioni iniziali arbitrariamente simili tra loro. Ne conseguiva, senza ombra di dubbio, che la soluzione non poteva che essere nelle vicinanze e stavo proprio passeggiando in Vaticano…mi si accese la più classica delle intuizioni: ma certo, non era la prima parte del sillogismo “paparazzi” che andava presa in considerazione, bensì la seconda, certo, perché non ci avevo pensato prima? “I missili del Papa”, di qui dovevo partire. E dove li terrà il Papa i suoi missili? Ma che domanda retorica….. ma dove dovrebbe tenerli se non in Vaticano, esattamente dove mi aveva assalito la ben nota intuizione, di fronte ala quale quella di Descartes, più noto come Cartesio, poteva solo impallidire e ritirarsi nell’oscuro mondo dell’impercettibile e dell’evanescente.

Fu così che affinai le mie arti al fine di celarmi fra gli arbusti del limitare dei giardini vaticani e potermi confondere nella selva più folta che avvolge le profondità più recondite dei giardini papali. Nei miei primi tentativi caddi vittima del mio desiderio di perfezione e venni più volte scoperto dalle guardie svizzere, che con garbato ma fermo invito mi convinsero a desistere, per quel giorno e per quel turno di guardia, che già mi aveva scoperto. Infine a forza di errori e tentativi maldestri, riuscii nel tentativo di celarmi, immergermi fino a perdermi nelle più segrete e avvolgenti ombre dei misteriosi giardini vaticani. Come i miei lettori ben sanno i ben noti Giardini con la “G” maiuscola sono il luogo di riposo e di meditazione del Romano Pontefice sin dal 1279, quando Papa Niccolò III (Giovanni Gaetano Orsini, 1277-1280) riportò la residenza papale dal Laterano al Vaticano. E si tratta della metà dei 44 ettari sui quali si estende il Vaticano. Ovviamente, in gran segreto dovevo verificare in ogni più piccolo anfratto dove fossero nascosti questui misteriosi e sicuramente fatali per l’umanità missili del Papa.

Forte del mio coraggio e della mia ferma volontà di conoscenza, mi diedi quindi anima e corpo a setacciare palmo a palmo quel vasto territorio, senza nulla escludere ovviamente, ma osservando, fotografando, auscultando ogni centimetro di quel terreno così difficile da perlustrare. Ad ogni angolo si materializzavano infatti insidie di ogni genere, pericoli in agguato, trappole poste a difesa dei Sacri Palazzi già nei secoli scorsi e mai rimosse perché dimenticate lì da chissà quali feroci guardie svizzere, i cui resti mortali saranno ormai consumati da secoli dal lavorio inesausto del Tempo che tutto travolge nella sua ansia di procedere oltre ogni invito alla pausa e alla riflessione. Quello che però maggiormente fece presa sul mio debole animo non furono i numerosi resti di impavidi eretici sacrificati al Moloch dell’Ortodossia per meglio fare rilucere la loro coerenza e il loro coraggio ma furono scene di vita quotidiana molto più banale che, nella mia ostinata ingenuità non pensavo albergassero in quei luoghi Santi per definizione. Celato ai loro sguardi dai baobab e dalle mangrovie secolari ebbi quindi l’opportunità di scorgere quanto mai un occhio umano puro avrebbe dovuto scorgere o anche solo intuire o immaginare in simili luoghi e ovviamente quindi non intendo alcunché rivelare. Cercai per ogni dove con una perizia che non credevo di possedere, tanto ero solerte e preparato nell’individuare ogni possibile nascondiglio di queste pericolose armi che, in mano papale, non potevano non tradursi, historia docet, in un pericoloso attentato alle libertà portate nella società moderna dal pensiero laico.

La mia meticolosa ricerca non produsse però alcun risultato e, costernato, deluso e rassegnato, dovetti trovarmi un modo adeguato per uscire da quel luogo così evocativo ma così pericoloso, semmai mi avessero scorto a spiare gli oscuri movimenti delle gerarchie ecclesiastiche e dei loro più prossimi collaboratori. E proprio mentre escogitavo diabolici piani per uscire da quel ginepraio una guardia svizzera di rara gentilezza mi scorse e mi chiese simulando di conoscere la lingua di Dante: “Sighnore lei perso?” Già, che stupido…la soluzione più semplice è sempre la migliore….stavo per rispondere che no, non mi ero perso, che ero nascosto lì da giorni nel vano tentativo di trovare finalmente le tracce dei misteriosi razzi del Papa, quando un barlume di intelligenza mi folgorò e risposi imbarazzato: “Sì….perso” “Venire con me stesso sighnore, io accompagna uscita”. “Che rara botta di fortuna!” ho pensato sotto voce per paura che potesse percepire le mie felici riflessioni e così senza spargimento di sangue ho raggiunto l’uscita e ho riconquistato il ritorno al mondo dei viventi, lasciandomi alle spalle secoli di roghi e processi dell’Inquisizione.

Ero salvo certo ma……privo di soluzioni o anche solo di indizi che mi potessero avvicinare a una qualunque via di uscita. Già mi vedevo condannato dalla classe IV Igea a scrivere pensi a vita e non solo per questa ma anche per tutte le altre vite che avrebbero segnato l’evoluzione del mio Kharma prima di raggiungere, dopo chissà quante reincarnazioni, la liberazione dalla dipendenza della sensibilità fisica e corporea. Mi aggiravo quindi senza speranze apparenti per le tristi vie del centro, per via Condotti, per via Margutta, lungo le vie del consumismo più sfrenato e smaccato quando un’intuizione finalmente risolutiva avvolse la mia pur fragile mente. Seguii quell’indizio che mi si era incuneato nella mente avvolgendomi nella ferma convinzione che avevo intrapreso la via che mi avrebbe condotto alla soluzione dell’enigma.

L’assidua lettura dei libri di Dan Brown offrivano finalmente i loro frutti, l’assidua frequentazione di monasteri, conventi e cattedrali medievali a qualcosa erano valse se finalmente mi offrivano la tanto sospirata soluzione. Inizialmente non volevo incoraggiare l’idea del collegamento che mi si era formato nella mente per timore di assumere le apparenze di uno di quei fanatici che sostengono riferimenti improbabili a eventi mai successi e a fatti mai accaduti, suffragati solo da prove facilmente confutabili.

Mi posi quindi d’impegno al fine di trovare infine la quadratura del cerchio, di aprire un varco nella rete, di scovare finalmente l’anello che non tiene e procedere al di là del rovente muro d’orto superando la muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

L’intuizione che mi aveva illuminato si concretizzava proprio in quella Roma da sempre, o almeno da alcuni millenni, riproposizione dell’antica Babilonia, della terribile città del Signore delle ricchezze terrene e quindi anche delle tenebre. “Non potete servire Dio e il denaro” sta scritto e proprio Dan Brown mi veniva incontro nella Roma papalina e bigotta per svelarmi di quanto sangue e di quante lacrime grondino quelle mura che ben altro celano nei loro meandri misteriosi su cui molto si è fantasticato e che di certo non nascondono serenità dello spirito e purezza di intenti. Dan mi indicava quale arcano si palesasse ai miei occhi e quale reale funzione quindi svolgessero i paparazzi nel lavorio indefesso e inesausto di tenere le menti degli uomini lontane dal vero e dalla critica al Leviatano che tutto assorbe e a tutto cambia di significato, facendo ritenere che sia vero l’apparente e inesistente il reale. Colpito da tanta profondità di analisi non feci in tempo a confermare al buon Dan che avevo compreso anche la reale funzione dei paparazzi in questo mondo capovolto, in cui ciò che appare non è e ciò che è viene celato e nascosto nelle profonde segrete del potere. Sì, proprio quel potere che lancia i suoi razzi al fine di distogliere gli umani dalla critica del reale, da sempre foriera di Verità ma altresì di roghi. Non feci in tempo, dicevo a comunicare con Dan, di cui ero ormai diventato amico e non solo estimatore, che un colpo di pistola, ovviamente fortuito, e cosa c’è di più fortuito del voluto, mi colpì, impedendomi di testimoniare ai posteri la grande verità che avevo svelato.

Enzo

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