Nature intrecciate – cap 7

Per arrivare fino in fondo a una questione bisogna saper prima trovare i mezzi per raggiungerla.

Si svegliò presto, all’alba, si sgranchì le zampe e sbadigliando ravvivò il pelo. Guardandosi intorno e inalando la gelida aria decise di mettersi in cammino, primo obiettivo: trovare qualcosa per sfamarsi. Non aveva intenzione di morire di fame.

Così trotterellò tra gli alberi ormai spogli, cercando di cogliere nell’aria qualche invitante profumo, camminando per ore riuscì a cogliere solo il fruscio delle foglie secche che calpestava e il vento furioso. Gli animali erano ormai in letargo, solo qualche passerotto coraggioso zampettava sugli scheletrici rami per fare un po’ di movimento, evitando di congelare.

Castagno_ViolaGumala si stava stancando, sbuffò ormai esausta, la notte non le aveva fatto tacere lo stomaco e l’umore era peggiorato, se non mangi non pensi. Giunse nei pressi di un melo, ai suoi piedi giacevano poche, piccole, mele raggrinzite dal freddo, abbattuta e senza speranza decise che erano ormai la sua ultima spiaggia, iniziò a sbocconcellarle con ferocia. Almeno le avrebbero placato i morsi della fame… e in effetti si sentì subito un po’ meglio dopo averne mangiato qualcuna.

Finito lo striminzito banchetto, si mise in marcia cercando di riordinare le idee: doveva trovare uno di quei paesaggi che aveva visto nella visione, le avrebbe consentito di fare un po’ più di luce su quello che stava cercando… Ma come avrebbe fatto e soprattutto, come avrebbe riconosciuto ciò di cui aveva bisogno se non sapeva cosa le serviva?

Lasciò disperdere l’interrogativo nella sua mente, ci avrebbe pensato una volta raggiunto il luogo. Il vento imperversava scuotendo i rami in una danza frenetica e distruttiva, i più deboli si spezzavano sotto la forte presa del soffio tremendo e indolenti si lasciavano catapultare laddove l’aria li indirizzava. Non avevano scelta, dovevano per forza andare a sbattere sul terreno diventando insignificanti pezzi di legno che nessuno raccoglieva: fine di un’esistenza. Il ramo una volta che non era più parte dell’albero perdeva importanza, era quasi nullo, perché la sua necessità stava nel fatto che insieme agli altri rami trasportava la linfa, reggeva foglie, frutti e animali e toccava cielo e nuvole con la sua esilità.

Senza quella simbiosi, smarriva se stesso, un albero può sopravvivere senza un ramo… gliene restano molti altri… E Gumala? lei chi era? l’albero o il ramo? Non sapeva che risposta darsi, forse era un paragone troppo azzardato, era solo all’inizio dell’avventura… Camminò per tutto il giorno senza più porsi quesiti a cui non sarebbe riuscita a rispondere, andava a passo spedito con le orecchie tese che abbracciavano ogni movimento circostante, era tutto troppo silenzioso, il vento si era ammutolito, vedeva gli alberi che le scorrevano a fianco durante la corsa, erano immobili e le somigliavano sempre gli stessi, cominciava ad avere una strana sensazione come se continuasse a percorrere quel percorso da ormai diverso tempo, tutto l’ambiente circostante si era fatto improvvisamente scuro e tetro, la nebbia stava dominando nella foresta.

Era circondata completamente da quella coltre grigia e umida che la ingabbiava senza permetterle di orientarsi: si era persa. Sapeva di essere circondata dalle fronde, ma non si capacitava del fatto che non riusciva a spostarsi minimamente, certo grazie ai suoi sensi non avrebbe corso il pericolo di schiantarsi contro un albero, ma nonostante avanzasse sempre più lentamente dinnanzi a se per ritrovare la via, sembrava continuasse a girare in tondo, senza trovare una via di fuga. La foschia la obbligava a restare inerte, sempre nello stesso luogo, anche se credeva di avanzare, Gumala sentiva che gli alberi, il vento, il profumo dell’erba e delle foglie erano sempre gli stessi, a testimonianza del fatto che una forza misteriosa aveva bloccato la ragazza in mezzo al nulla.

Era sola.

Una sensazione primordiale di paura la stava assalendo, le sue zampe iniziavano ad essere meno stabili e deboli, il lungo viaggio le aveva fatto tornare la fame che non si era per niente placata ed ora che sentiva venir meno le forze, si impose di concentrare la sua mente ad ascoltare il suo cuore che come un colibrì in una gabbia sbatteva incessantemente le sue ali disperato per la prigionia.

Così Gumala con il martellare sonoro che invadeva la cassa toracica si lasciò andare a terra, iniziando a piangere disperatamente, in un singhiozzo sommesso senza senso, senza consolazione, con le zampe anteriori a coprirle il capo cercando di placare lo strazio di quel silenzio, che la lupa credeva non fosse possibile.

Come poteva tutta quella assenza straziarla, come riusciva a tormentarla? Nemmeno fosse stato uno dei più agghiaccianti stridori di sofferenza. Quel silenzio li batteva tutti, era solo una massa grigia che accecava tutto, anche il cuore di Gumala.

…CONTINUA…

[Federica Raviolo]

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