Nature intrecciate – cap 1

Felicità? Stato d’animo destinato a non durare…

Gumala stava scappando, voleva fuggire da quel mondo insensato che la stava schiacciando verso una realtà che non riusciva a capire, stanca di ciò che sentiva non appartenerle, stanca di essere punita di qualcosa di cui non aveva colpa, stanca di essere triste, sola e incompresa…

Quella sera stava pensando a mille modi, mille possibilità le vorticavano nella testa, mille illusioni le dicevano, le raccontavano come poteva fare a sentirsi diversa, a cancellare quel senso di inesorabile malinconia che le colmava l’anima. D’altronde una ragazzina come lei non poteva capire, voleva correre troppo per l’età che aveva, immaginava, credeva, aveva dei sogni, cose inutili per la società odierna.

E forse si sentiva triste per quel motivo, per non essere compresa. Decise quella sera di andare nel bosco, di lasciarsi alle spalle le chiacchiere e i lamenti che ogni giorno era costretta a sentire dai suoi famigliari: “Il mondo va male, prima o poi ci sarà qualche altra guerra, tutto costa caro e noi non guadagniamo niente, prima o poi qualcosa succederà.”

“Invece di aspettare che succeda, fate qualcosa!” diceva Gumala, ma loro la ignoravano “Cosa vuoi saperne tu ragazzina?” Lei non sapeva, ma loro non agivano e si lasciavano mettere i piedi in testa andando avanti a lamentele, solo lamentele, eterne, noiose e sempre le stesse.

Così quella sera Gumala andò nel bosco, camminava lenta, pensierosa, alla penombra del crepuscolo ormai, “accidenti” pensava, “non sono neppure riuscita a vedere il tramonto questa sera”, e intanto continuava a camminare con la testa coperta dal cappuccio della felpa, si guardava i piedi e avanzava con mille pensieri per la testa. ”La mia testa è piena di calabroni” aveva letto in un libro “perché pungono e ravvivano gli stessi pensieri, non potevano esser certo delle api, perché le api quando pungono, muoiono, invece a tormentarla erano sempre gli stessi pensieri, erano senz’altro calabroni”. “Già, è proprio vero”, annuiva tra sé Gumala.

Dopo aver camminato per un po’ giunse nel bosco di castagni, il castagneto, il bosco dei suoi genitori, e per quel verso lo odiava, ma solo di giorno quando era pieno di umani, gente frettolosa che non era in grado di sedersi ed ascoltare i suoni del bosco, lei aveva imparato da sola ad ascoltarlo, il bosco, i castagni in particolare. Si lasciava, sin da quando era bambina, accarezzare dalla brezza leggera della bella stagione all’ombra di uno di essi che, scompigliato dal vento anche lui, scuoteva i suoi rami in un ritmo soave, pieno di serenità, di vita, di essenza. Quella gente però, come lei, in fondo quel posto lo amava, perché se ne prendeva cura, era tenuto pulito come un giardino, e le castagne erano sempre accolte come un dono, un pretesto per far festa a spadellarle su un bel fuoco vivo.

Gumala, scosse la testa, era andata troppo indietro coi ricordi; quel tempo di castagne, belle e profumate, con il bosco pieno di gente sorridente china sui ricci aperti, era ormai solo un dolce souvenir. Da qualche anno ormai le castagne non sostenevano più, la malattia del cinipide le aveva dimezzate e la gente era stufa di sgobbare per qualcosa che non valeva la pena.

Gumala smise di ricordare, troppo triste, e si mise a sedere all’ombra di un castagno secolare, con la mano ne lisciava le “rughe” legnose rivolgendo lo sguardo all’ormai piccola striscia di luce all’orizzonte, il bosco non le metteva paura, benché si stessero proiettando ormai le ombre della sera, anzi, trovava quello spiazzo sereno, gli alberi, credeva, sapevano raccontare storie che solo alcuni uomini potevano sentire mentre gli animali le conoscevano bene, quasi a memoria, perché loro sì che sapevano ascoltare.

E improvvisamente qualcosa le vorticò sulla testa, un pipistrello, volteggiava leggero tra le foglie degli alberi, tracciando disegni continui, seguendo una linea tutta sua, con un andamento ondoso e rasserenante, come ascoltasse una canzone e andasse a ritmo, un principe della notte, una creatura che a suo modo sapeva essere e vivere nel posto, perché lo conosceva da quando era nato. Ecco, forse Gumala doveva essere un pipistrello per capire dove voleva stare, per capire qual’era il luogo adatto a lei.

Ma se invece il pipistrello non avesse scelta? Se ciò che stava fantasticando fosse solo una soluzione che si era inventata per “incastrare” quell’animale in quel luogo che a lei piaceva? Se il principe della notte volesse essere una creatura del sole, del giorno? Già forse era così, forse il pipistrello si era convinto di amare quel posto perché in fondo si era adattato, mentre lei? Qual’era il posto adatto per Gumala? Non ne aveva la più pallida idea, eppure voleva scoprirlo, perché sapeva ormai, lo aveva capito, che la sua felicità dipendeva inevitabilmente da ciò che lei credeva la rendesse felice. Ma da cosa dipendesse quel sentimento astruso, in sé, non lo aveva ancora compreso. Con un sospiro Gumala volse la testa al cielo, dove il manto celeste sfumava al blu e pian piano si tempestava di stelle.

…CONTINUA…

[Federica Raviolo]

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