Nell’oscurità della notte

Nell’oscurità della notte, Qucnu e Phaitun mossero insieme in direzione del Sole nascente, seguendo il corso del torrente Munza. Gli occhi delle fiere notturne osservavano curiosi i loro passi leggeri sulle pietre levigate dall’acqua, sugli sterpi, tra i canneti che crescevano a ciuffi.
I due ragazzi camminavano in silenzio. Qucnu avanti e Phaitun dietro. Due esili ma salde figure, avvolte in mantelli di tessuto purpureo. Senza calzari, nudi i piedi che sembravano alati come quelli del dio Turms. Il dio che gli Elleni di Nicaia chiamano Hermes, i Latini Mercurios; e che ora volava sopra i due adolescenti, rischiarando i loro passi con la fiaccola del suo sguardo luminoso.

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Ángeles Comba

Ma i due non si accorgevano del dio, tutti intenti a guardare dove posavano il passo; e timorosi nel cuore di scorgere tra le pieghe della tenebra qualche oscuro, spaventoso prodigio.
«Hai sentito – fu Phaitun a spezzare il silenzio – quel rumore di rami spezzati?».
«Sarà – gli rispose il compagno, che parlò sempre camminando e senza voltarsi – un gufo, o una civetta cara alla dea Mnerwa. Questi animali sono pesanti e spesso spezzano i rami su cui si appollaiano».
«Ah, ecco – disse Phaitun, con voce risollevata, come di chi esca da un grave pericolo – quegli innumerevoli lumicini che ci puntano dalla foresta sono, allora, occhi di rapaci notturni…».

Qucnu non ebbe tempo a rispondere. Come richiamati dalle parole di Phaitun, stormi di gufi, allocchi, civette e barbagianni presero a volare su di loro, emettendo i loro lugubri richiami.
«Chiamano i morti dalla casa di Aita…».
«No – rispose Qucnu, voltandosi e fissando sul volto di Phaitun due grandi occhi più azzurri e luminosi del solito – non chiamano nessuno, se non altri esemplari della loro stessa specie. Noi siamo qui ospiti nella loro città. Perché, qui, un tempo sorgeva una città…».
«Davvero?».
«Sì, ma ti racconterò la storia un’altra volta. Costoro sono gli abitanti dell’antica città di Upfu, che la dea Uni mutò in uccelli notturni per vendicare la morte del suo amato figlio Usturu…».
«Non ho mai sentito una storia simile!».

«…ucciso dagli Upfuti per avere infranto il silenzio rituale in cui la città si immergeva durante la notte. Così, si racconta che ancora oggi, mutati in gufi e civette, i discendenti di quegli empi abitanti puniscano gli esseri umani che infrangono il sacro silenzio della notte divorando loro il fegato».
«Non ho mai sentito un mito più assurdo! – commentò ridendo Phaitun – Se vuoi che io stia zitto hai solo da chieder…».

Prima che avesse potuto terminare la frase, il becco di un rapace sceso in picchiata gli aveva già ferito il fianco sinistro. Poco, però; perché proprio lì si addensavano le pieghe del mantello, e il colpo del rostro non aveva potuto essere forte come sarebbe stato su un corpo nudo; inoltre, appena accortosi dell’attacco, Phaitun aveva afferrato il collo dell’animale strozzandolo senza difficoltà.
Qucnu si fermò. Anche Phaitun.
«Ti fa male?» sussurrò sottovoce il ragazzo armato di lancia.
«Un po’»
«Domattina ti curerò. Vuoi vedere se il becco ti ha trapassato la pelle?».
Phaitun svolse le pieghe del mantello. Un taglio triangolare eruttava sangue e frammenti di muscolo proprio sopra l’ultima costola, in basso.
«Ha sbagliato mira» osservò Qucnu «ed è molto strano. Nella notte questi animali vedono benissimo».
«Mi è sembrato di percepire un lampo, proprio pochi istanti prima che mi attaccasse…».
«Eppure la notte è serena, non ci sono nuvole, si vedono tutte le stelle».
Il dio Turms volteggiò un po’ più in alto, sulle chiome dei faggi dalla foglia ombrosa. E lassù, non veduto, sorrise.

Nicola Duberti

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