La notte di San Giovanni

Era una notte buia e tempestosa.

Anzi, forse no, non era tanto tempestosa, anzi probabilmente non era neanche nuvolosa, però di sicuro c’era un filo di vento, sì una brezza leggera ma fredda. Ed era notte, una di quelle notti nere più che buie, di quelle che si vedevano, se si può scorgere qualcosa al buio, solo un tempo, quando le notti erano notti e i giorni illuminati con forza dalla luce del sole.

Avvolto da quelle tenebre, a lui ben familiari, tornava al suo casolare Antonio, o come dicevano tutti Toni. Era stato all’osteria del paese con la scusa di concordare un lavoro per i giorni a venire con alcuni suoi compari. In realtà l’accordo era stato presto raggiunto e il resto della serata era scivolato via fra un bicchiere e l’altro e soprattutto fra gran conversazioni sul tempo, sulle stagioni, che non erano più quelle di un tempo, sui giovani, che non dimostravano più il dovuto rispetto che invece si aveva qualche decennio avanti, e ovviamente sulle magre finanze delle loro famiglie.

Alla moglie ovviamente avrebbe raccontato che sì l’intesa era stata raggiunta, ma dopo lunghe e faticose discussioni e lei, Maddalena, ma come dicevano tutti Lena, avrebbe fatto finta di crederci. In realtà tutta l’osteria si era concentrata su un altro grosso problema che affliggeva tutto il paese. Dopo il passaggio delle truppe imperiali, che si erano prese tutto quello che avevano dimenticato di rubare le armate ducali; dopo quella strana malattia delle mucche, dopo la morìa delle api, superata in parte anche quella, una nuova disgrazia era precipitata sul paese: le castagne, quelle buone e saporite castagne che rallegravano le serate invernali, si ammalavano anche loro.

Un verme insinuoso e malvagio faceva il suo nido fra le foglie, creava delle vere e proprie “galle”. Queste si ingrandivano e portavano prima il ramo poi, nei casi peggiori, l’intero albero a seccare del tutto, mentre il maledetto ospite si trasformava in farfalla e svolazzava via a impestare altri boschi.

Gli alberi gravati e afflitti, negli ultimi autunni, avevano lasciato cadere pochi e scarni frutti. Di fronte alla sciagura, tutto il paese proponeva le sue soluzioni. Il più radicale era stato Tommasino, che aveva proposto di bruciare tutti i castagneti: “bruceranno anche quei maledetti vermi” aggiungeva per chiarire meglio le sue ragioni ai compaesani, che trovava scettici alla sua proposta. Altri, con maggiore cultura, attribuivano la colpa alle influenze astrali, non mancava ovviamente chi se la prendeva con gli abitanti dei paesi vicini, sempre infidi. E c’era chi giurava di averne visti alcuni andare di notte a spargere i malefici vermi nei boschi di Viola. Che birboni!

“Però qualcosa bisogna fare” asserivano i più. “Se continua così la prossima volta che passeranno i soldati non avranno più nulla da rubarci”, aggiungeva qualcun altro.

“Sì, fare qualcosa, ma cosa?” e su questo punto fermo rifletteva lungo il suo cammino il buon Toni, un omaccione forse un po’ rude ma in fondo in fondo, molto in fondo, anche molto buono. Come tutte le sere vide la vicina di casa, una vecchia masca, trasformata, come suo solito, in maiale, che andava a spasso per il bosco in cerca di danni da arrecare al prossimo. La conosceva bene e ormai non ci faceva neanche più caso. Nella “casa della Signora”, disabitata forse da secoli, come sempre, sentì risuonare le solite danze che era abituato a sentire fin da bambino, quando il nonno gli aveva spiegato che proprio lì si riunivano, nelle notti senza luna, le masche, gli spiriti, i morti senza sepoltura di tutta la valle. E anche loro dovevano pur avere un posto dove vedersi, all’osteria non li avrebbero certo ricevuti con simpatia.

E mentre avanzava silenzioso nella notte sempre più nera, un pensiero cominciò a perfezionarsi nella sua mente. Giunto a casa, dopo i soliti rimbrotti ricevuti dalla moglie per le tante incombenze non assolte durante il giorno, trovò la scusa di dover andare nella stalla a vedere la mucca prossima al parto per dare corpo al suo ambizioso progetto. Sapeva infatti, per esperienza, che proprio a quell’ora faceva visita alla sua stalla lo “spirito folletto”.

Ora anche di questi abitanti dei boschi ne sono rimasti ben pochi, ma, all’epoca del nostro racconto, popolavano le montagne di Viola e di tutti i paesi vicini. Si tratta di esseri spiritosi che si divertivano a fare scherzi ai contadini, a nascondergli le zappe, a fargli trovare in posti strani quello che i violesi avevano invece riposto diligentemente al loro posto. Per spirito di confusione, amavano ad esempio portare da mangiare a un vitello nella stalla, facendo sì che di due animali nati nello stesso periodo, alimentati con lo stesso fieno, risultassero uno magro magro e l’altro bello in carne.

Si divertivano così, i contadini lo sapevano e li accettavano, tanto con lo “spirito folletto” era ben difficile discutere, non intendeva ragioni se non le sue. Ma quella sera Toni aveva proposte serie da mettere sul tappeto e non le solite lamentele per i loro scherzi ingenui. Ovviamente lo “spirito folletto” era intento a dar da mangiare a uno dei sue vitelli, a nutrire solo alcuni dei porcellini appena nati e a confondere un po’ il perfetto ordine che prima era regnato nella stalla. Toni entrò senza far rumore, non accese la luce elettrica, che non era ancora stata inventata, fece attenzione a non inciamparsi al buio e chiuse prontamente tutte le porte.

Sentitosi colto sul fatto, lo “spirito folletto” stava per smaterializzarsi e fuggire su per il buco dal quale veniva gettato il fieno, ma prontamente Toni pronunciò la frase, che gli aveva insegnato suo padrino, da usare solo in casi gravissimi per trattenere, quando proprio non si avevano altre soluzioni, gli spiriti del bosco. Ovviamente lo “spirito folletto” si fermò, sapeva bene che quelle parole volevano dire che Tonio aveva da comunicargli qualcosa di grave.

Il loro discorso fu lungo ma proficuo e compresero bene entrambi la difficoltà della situazione. Si lasciarono da buoni amici, lo “spirito folletto” si scusò per non aver finito il suo lavoro, non aveva infatti nascosto neanche una zappa, e corse via.

Ovviamente Toni evitò di spiegare a Lena le ragioni del suo ritardo nella stalla, “Se tanto la mucca non stava ancora partorendo, cosa ci sei stato a fare tutto sto tempo al buio? Te capirti! Deve ancora nascere quello che ci riuscirà!” E la conversazione ebbe termine. Tanto, Tonio pensava, a spiegarle proprio tutto, lei avrebbe sicuramente creato delle inutili complicazioni ed evitò di farlo.

Per alcune di quelle notti, buie ma non tempestose, tutto trascorse normalmente, secondo le consuetudini consolidate nei secoli e nei millenni. Chi si lamentava del tempo, perché voleva la pioggia, chi si lamentava perché aveva bisogno del sole, chi parlava dei funghi che quell’anno tardavano a nascere, chi ce l’aveva con la moglie, chi col marito e chi col vicino. Intanto come sempre, appena calate le tenebre, le masche si aggiravano per il paese, mentre gli spiriti del bosco prendevano possesso delle strade e gli “spiriti folletti” cercavano nuovi e più originali scherzi da fare ai buoni violesi. Tutto trascorreva uguale a se stesso, né era stata trovata una soluzione razionale e scientifica al problema di quei maledetti vermi che si trasformavano in insetti ai danni delle castagne, ma Tonio era fiducioso, sapeva di aver posto la sua fiducia su basi solide e sicure.

E venne infine la notte di San Giovanni, la notte magica per eccellenza, quella che trasforma la primavera in estate, quando tutte le forze della natura raggiungono la loro massima espressione e questa potenza diventa contagiosa, tutti ne diventano partecipi: la vita trionfa in tutte le sue forme. E proprio in quella notte, dopo che il sole era sceso dietro la collina, quando infine dopo molto tempo erano calate tutte ma proprio tutte le tenebre, quando il mondo si preparavano ai consueti riti serali pre-notturni, accadde l’imprevedibile.

Solo Tonio era teso, non riusciva a stare fermo, attendeva qualcosa ma non chiariva a nessuno per quale motivo lui, al solito così tranquillo, fosse quasi colto dalla smania per quanto stesse per accadere. Eppure la notte sembrava quieta, come sempre, a parte le solite discussioni, le ovvie incomprensioni, le abituali liti con le conseguenti riappacificazioni.

Quando improvvisamente, in un punto indistinto verso il monte, si sentì un suono, non un rumore, come parve inizialmente ai più distratti, ma una vera e propria musica, sì una musica in un bosco. Possibile? Eppure non c’era motivo di far festa, non era neanche morto il feudatario, che si prendeva, come consuetudine millenaria, la metà dei raccolti. Eppure era proprio una musica, che cresceva sempre più forte e pervadeva l’intera valle. Che fare? Tutti uscivano dalle case, l’osteria rimase presto deserta. Lo stesso oste, curioso della novità, sollecitava i più riottosi ad andare con lui a vedere cosa fosse, suggeriva che a bere ci sarebbe stato tempo anche nei giorni seguenti. E così tutti, ma proprio tutti: uomini, donne, vecchi e per primi i bambini si incamminarono su oltre la chiesa, verso le “Bianche” per vedere cosa fosse questa musica.

I primi ad arrivare diedero in urla fragorose, sollecitando così i più lenti a muoversi per capire cosa stesse succedendo. Quando anche i più tardi giunsero sul prato videro uno spettacolo sempre e solo immaginato, mai però visto, un trionfo della fantasia in tutte le sue forme. Le masche di tutte le età e condizioni danzavano allegramente tenendosi per mano, chi en aveva almeno una, o per la zampa o per le corna a seconda delle caratteristiche personali. Strani esseri, che nessuno dei presenti ha saputo definire con sicurezza, suonavano strumenti originali e mai visti, che emettevano note di una finezza e una dolcezza mai sentita su quelle montagne. Gli spiriti del bosco stavano ancora scendendo dalle montagne e si univano a braccetto con le signore di Viola che per prime erano arrivate sul prato e le invitavano a ballare, ognuna com’era capace, senza problemi per la regolarità dei passi della danza. Anche gli uomini e i bambini però non potevano tenersi sulle loro di fronte a tale tripudio di suoni, di colori e di realtà mai viste né esplorate.

Ben presto tutti ma proprio tutti danzavano e ballavano al suono degli strumenti originale e mai visti, suonati da esseri misteriosi che nessuno dei presenti, neanche nei decenni successivi, ha poi saputo definire con sicurezza. Era la notte di San Giovanni e la luna illuminava l’intera terra: spiriti folletti ed esseri umani, masche e spiriti di ogni natura suonavano e danzavano per cacciare per sempre dalla valle anche l’ultima pestilenza: quegli insetti malefici che si mangiavano le nostre castagne.

Le castagne degli umani, degli animali, delle masche, degli spiriti folletti e di tutti gli altri esseri e spiriti che da sempre hanno popolato e popolano la nostra terra.

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