Racconto di un predicatore errante

Parole spezzate si uniscono a comporre frasi, frammenti che svolazzano nella testa fino a colpirne le pareti e cadere in uno strano senso compiuto. Contorni sfuocati che progressivamente divengono più nitidi. Cantore di suoni distanti.
Erano due giorni che riuscivo a stare lontano dal vino, ma un fastidioso ronzio non mi dava tregua. Dal mare era salito un uomo. Lentamente percorreva il sentiero che l’avrebbe portato alla strada principale. Sarebbe passato davanti alla mia baracca. Quando mi vide squadrò a lungo il mio viso. Ero seduto a terra a leggere un libro sgualcito.
Disse che sarebbe arrivata la pioggia. Non capii il senso di quell’affermazione. Non attese la mia risposta e riprese a parlare.
Disse che un giorno arrivarono i soldati. Era la guerra e ciascuno faceva del proprio meglio per sopravvivere. I soldati passarono e presero il maiale del suo vicino, che aveva solo quello. Se ne andarono, senza dar troppo peso alle proteste. Avevano gli sguardi vuoti di chi cerca di pensare ad altro, di dimenticare la vita che sta vivendo.
Passarono pochi mesi e gente di passaggio raccontava che la guerriglia era vicina. Ripassarono gli stessi soldati, la faccia magra, i volti stanchi di chi desidera tornare a casa e dormire, dormire, dormire. Uno di loro esitò, guardo verso di lui, uno sguardo intenso, che narrava di disagi, di dolore. Stava calando il sole, il vento sospingeva le nubi, i riflessi degli ultimi raggi pitturavano il cielo. Non si poteva accendere la luce nelle case, troppo rischioso segnalare la presenza umana nel buio. Ci si era ormai abituati agli spazi, al non poter usare la vista dal tramonto in poi, al dover approfittare della fioca luce delle stelle.
Il paese intero era militarizzato. Quel giorno nella piazza principale avevano sparato per diletto a un matto, uno fuori di testa, uno di quelli che dice a voce alta quello che tutti pensano. Era riuscito a scappare, la sua follia l’aveva protetto dall’altrui stupidità.
L’uomo ricordava bene quel giorno, o meglio, quel tramonto. La luce stava rapidamente scemando quando arrivò una ragazzina, una bambina forse. Aveva il viso di un cerbiatto ferito che scappa dai cacciatori. Non parlava. I suoi occhi erano affamati e le diedero delle castagne. Non se ne andò. Si rifugiò nel fienile, nella paglia asciutta ormai priva di animali. A tratti tremava, gli occhi sbarrati di terrore, un rivolo di sudore scendeva dalla fronte. Tutti pensavano fosse muta.
Quando qualcuno si avvicinava, nascondeva il corpo gracile, rannicchiandosi in un angolo riparato da un legno che sorreggeva il tetto. Pareva a tratti un gattino che, lasciato solo dalla mamma,  cerca un rifugio nel poco spazio conosciuto.
Restava immobile per ore nella paglia. Mangiava poco, a giorni alterni, poche manate selvatiche nel piatto e poi di nuovo a rifugiarsi nella paglia. Come un animale ritroso alla presenza umana.
Una notte – l’uomo salito dal mare ricordava vividamente anche quella – sentì un lamento soffocato. Pareva fosse di un animale ferito da chi sa chi, temette per il cerbiatto rifugiato nel fienile. Prese un bastone e seguì il guaito. Pochi passi fuori dalla baracca. Le gambe tremavano, il fiato sospeso, i rumori che continuavano nel retro. I passi insicuri, il buio in cui non era possibile scorgere nulla. Il lamento, per quanto ancora sommesso, era straziante; sentiva il batticuore che saliva nella gola, il sudore gelato nella fronte, le mani che dolorosamente stringevano il bastone. Avrebbe voluto trovarsi a mille chilometri di distanza; aveva paura. Voleva scacciare quella sensazione, invano cercava di controllare il respiro. Un passo, un altro, si avvicinava al fienile. Aveva sentito raccontare di agguati notturni di soldati completamente fatti di quel che gli passava l’esercito, ormai calati nella follia della guerra. Notizie di una casa data alle fiamme, i corpi di due donne che giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di una bambina. Accanto ad esse il corpo senza testa di una bambina. Oltre l’angolo, due ragazze, forse di otto dieci anni, prostrate sul dorso, con la testa spaccata e le gambe lanciate lontano.
Un passo, poi un secondo, con la schiena rigida, la testa infossata di chi da un momento all’altro attende di ricevere una stilettata.
Tratteneva il respiro, immobile sulla porta del fienile e ad un tratto una nuvola liberò la luce della luna che entrò dagli spifferi tra i legni della povera parete. Vide la ragazzina con il dorso a terra, la bocca colma di paglia e capì chiaramente che il lamento proveniva da lei.
Resistette alcuni minuti fermo ad osservarla. Pareva dormisse, allo stesso tempo digrignava i denti nella paglia, emettendo quel lamento, il viso contratto, gli occhi chiusi.
Tornò a letto, il logorio del lamento continuò tutta la notte trapassandogli la testa, lasciandolo desto sino al mattino.
Capitò nuovamente altre notti, sentiva il dolore in quel suono lancinante che durava ore ed ore.
Un giorno – continuò l’uomo – ritornava dal mare, portando con sé del pesce, per la famiglia e per il cerbiatto rifugiato nel fienile. Pulì il pesce, lo cucinò e divise equamente le razioni. Quando entrò nel fienile la vide esanime nella paglia, un coltello davanti a lei.
Il sangue sgorgava dal suo ventre. Cercò di fermare quel liquido caldo con un telo di lino.
“Questo paese dimentica tutto. Si dimentica di noi, vittime. Ma io non dimenticherò mai quello che mi è accaduto.” disse. Chiuse gli occhi.
L’uomo non aggiunse altro, se ne andò senza un saluto, prendendo il sentiero che portava al mare. Non v’era altra strada che salisse dagli scogli, mi sfuggiva da dove potesse arrivare.
Qualche giorno dopo percorrevo piano i passi attraverso la foresta, seguendo con lo sguardo la via lattea che sovrastava la mia testa. A volte il buio permette di vedere meglio l’universo. Una strofa di una canzone di bob dylan risuonava nella mia testa “..volevano il mio cuore, trovarono la mia anima..” Presto, mi suggerirono le stelle, il tempo sta per finire, occorre riempire le ultime pagine del quadernetto, completare la storia, prima che i personaggi ora liberi di vivere il racconto, tornino ad essere lettera morta.
Sentii il bisogno di capire. Corsi veloce al villaggio, pochi chilometri dalla mia baracca. Iniziai a chiedere di quell’uomo che saliva dal mare. Percorsi le poche vie, domandando a chi incontravo se conosceva o aveva visto quegli occhi chiari, quel viso ovale, barba divisa a bande e capelli cresciuti in libertà ad una piacevole misura. Nessuno mi seppe aiutare.
La giornata sfuggì velocemente, il sole calava inesorabile sul nostro affanno e non trovai meglio da fare che rifugiarmi in un locale.
Ero l’unico avventore, ordinai una bottiglia.
Dopotutto era normale cercare l’ispirazione sorseggiando un bicchiere di vino. Primo bicchiere, poi un secondo. Sensazione di calore provenire dallo stomaco. Pensieri che fluiscono spontanei. Che si compongono autonomamente nella testa.  L’ispirazione. Percorsi nuovamente la via che portava fuori dal paese, una direttrice orientata da nord a sud contornata di povere case. Arrivai rapido alla casa del becchino. Bussai forte. Venne ad aprirmi. Puzzava di vino. Come sempre a quell’ora. Beveva alla salute di quelli che aveva seppellito, per essere in pace con loro, e loro in pace con il mondo che ancora li piangeva.
Gli raccontai la storia che avevo sentito dall’uomo che saliva dal mare. Mi disse che ricordava un episodio. Era la guerra, erano stupri compiuti sistematicamente e deliberatamente dai soldati. Molti agivano con la deliberata intenzione di ingravidare le donne e tenerle prigioniere fino al parto, come forma ulteriore di umiliazione. Alcune riuscivano a scappare e a tornare dalle famiglie e numerose venivano ripudiate in quanto portatrici di vergogna e umiliazione. Una di queste, incinta di pochissimi mesi, rifiutata  dalla famiglia, era scappata sino a finire in un villaggio della zona. Aveva resistito poche settimane e alla fine si era data la morte nella maniera più atroce, accoltellandosi al ventre. E’ stata un’agonia la sua – mi disse – aveva iniziato a morire nel momento della violenza.

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