Taormina un pò come Salina

Seduta ad un tavolino basso in una taverna, bevo del vino rosso locale per festeggiare il mio primo giorno qui. Non mi piace tanto, ma scende giù bene lo stesso, ne ho bisogno. Forse in futuro il tipo capirà che merito di meglio. Leggo un libro appena comprato dal giornalaio, non hanno mai grandi titoli in posti del genere e c’erano più libri in tedesco che nella mia lingua. Ma l’autore è Gramellini, lo ascolto sempre con piacere quando la domenica da Fazio espone le sue riflessioni sarcastiche su politica, vita sociale e cose assurde di questo nostro bel paese. Ogni tanto alzo gli occhi, guardo la gente che passa, per lo più turisti. Alcuni li ho già visti, sono entrati nella hall just for a quick look, o sono ospiti lì e mi riconoscono, ma a fatica. Tre ore fa, truccata e con i riccioli raccolti in una coda alta, cercavo di muovermi disinvolta dentro una gonna a tubo nera e camicia di seta svolazzante. Adesso quell’eleganza è ben nascosta dai miei sandali di cuoio consumati e questo vestitino a fiori, molto campagnolo.

Per qualche ragione torno con la mente a Salina, l’isola selvaggia e bellissima che da lontano sembra il seno prosperoso di una giovane donna. Lì le coppie felici mi intristivano parecchio, loro erano riusciti a conservare la gioia di vivere le emozioni di un viaggio in un posto sconosciuto. Adesso no, zero tristezza…Mi ricordo ancora le facce di quei due ragazzi austriaci che venivano a cenare dopo una lunga camminata nel bosco, che un pò si vergognavano delle loro unghie sporche. Non lo sapevano che li invidiavo tantissimo e non hanno mai saputo che la panna cotta e 2 delle 6 birre che si sono scolati allegramente non sono finite sul conto del loro tavolo. Ogni coppia felice merita la panna cotta…sono fatta così e anche allora, profondamente addolorata, riuscivo a partecipare della felicità altrui. Stefano faceva quel dolce squisito nei pomeriggi afosi di agosto, con il sudore che gli gocciolava nel collo e le sue mani, mangiate dall’ansia di volere spaccare il mondo.

La vita, i luoghi, le persone che amiamo hanno dei tempi che noi non governiamo. Il tempo, che forse in verità non esiste, è una costante fissa di questa vita materiale. Oscillare fra il tempo che non esiste e e quello dell’orologio, del calendario, è impresa ardua, da equilibristi. A volte annaspo, ma per lo più ho imparato a portare pazienza…perchè ogni cosa arriverà, o svanirà, a tempo debito.

Qui sono solo io. In questo ristorante all’aperto sono una pizza vegetariana, un rosso e mezza naturale. Il cameriere è incuriosito e torna spesso. Forse è abituato a flirtare con le turiste, ma io sono siciliana e sono una cameriera, gli tengo testa. Capisco che non mente al primo morso di pizza: l’olio di peperoncino pizzica sul serio, in bocca e nella gola, ma non nella pancia che però si stanca già dopo 3 spicchi. Questa pizza sarà la colazione di domani, o forse il pranzo, adesso non mi va più. “Mi porteresti un pò di quella grappa che troneggia dentro, sul bancone? Vediamo com’è”. Qui sono solo io. E va bene così.

E rivedo Marcello, quel primo incontro di sguardi. ” Buonasera Signorina, cosa le porto?” ignorando i miei occhi, ancora gonfi, ha creduto al tono frivolo della mia voce che in due minuti ha snocciolato tutto, ” un bicchiere del vostro miglior rosso, lavorerò ogni sera per due mesi ed oggi è l’unico giorno in cui posso godermi il tramonto”. ” Cosa si fa in quest’isola per divertirsi?” riprendo appena arriva il vino, ” dipende cosa intende, ubriacarsi? ballare? A noi piace stare tranquilli, siamo qui per lavorare, appena finiamo andiamo a casa a rilassarci”. Siamo diventati amici, poco dopo amanti e quella tranquillità, in fondo neanche vera, l’ho scossa un pò…tutte le sere quando finivo e costringevo lui e i suoi colleghi a scendere al mare, con le birre. Mi accoglieva stanco morto ma sorridente quando con i capelli ancora bagnati andavo da lui dopo le immersioni. ” Ma non hai paura?” ” Si, respirare sott’acqua è innaturale, ma mi sono rotta di avere paura, da qualche parte devo cominciare”. Invece di spogliarmi e divorarmi come avrebbe voluto, mi allungava il vestito sulle cosce, per coprirmi e mi faceva trovare la frutta fresca. I suoi occhi me l’avevano promesso ” ti tratterò bene, puoi fidarti” e la sua voce aveva enunciato in modo crudo una verità su di me che io ancora non avevo capito ” tu vuoi litigare, ma con chi ce l’hai? Io non voglio litigare con te, voglio amarti e guardarti mentre dormi”. Decisamente troppo, ma è stato il primo a tenermi stretta, nonostante quell’ inafferrabilità istintiva…curandomi.

“Serviti intanto che aspetti, ci vorrà un pò per il tavolo” mi lascia il bicchiere e la bottiglia di Don Pietro e sparisce. Mi sono innamorata subito di quest’uomo, solo due giorni fa e oggi, senza pensarci sù, passo a trovarlo. E’ bastato che dicesse di essere andato lui stesso a raccogliere i funghi che si servono nel suo ristorante e poi si è seduto davanti al pianoforte a coda della hall e ha cominciato a suonare. Dopo qualche pezzo accenna Mahler, la quinta, mi passo la mano tesa davanti al collo e lui smette, riparte subito con qualcos’altro. Non se ne accorge nessuno. Dopo mi chiede come ho fatto a riconoscerla, è per violini, archi, ma non aspetta una risposta che non avrei voluto dare, “la prossima volta che sei libera di mattina, se ha piovuto, ti porto con me”. Adesso grida il mio nome da lontano e mi abbraccia portandomi al tavolo. E’ più pazzo di me. “Anzi no vieni, devi vedere come faccio il carpaccio di porcini, così impari”. Io non ci capisco nulla, mi sento su una giostra, mi viene da ridere e non mi trattengo. Riesco solo a tenermi stretto il bicchiere di vino mentre guardo quei funghi cambiare forma sotto la lama affilata, lui macina sale grosso, peperoncino e versa olii di tipi diversi e spreme limone mentre lancia ordini ai camerieri già stanchi. Io ho fame, sul serio, voglio sedermi e mangiare questa delizia.

E’ bello sentirsi bene da sola in un ristorante pieno di famiglie, coppie e vecchietti ancora innamorati. Mi ci è voluto un pò da quel primo pranzo al Signum, ma oggi mi sembra la cosa più semplice, più bella e non mi manca nessuno. Kati, che mi ha telefonato prima para despedirse , e tanti altri apprezzerebbero senz’altro queste meraviglie della cucina, perciò è inevitabile pensarci, ma non mi manca nessuno. A volte il demone ci riprova suggerendomi di chiamare quell’uomo triste e solo che forse ha bisogno di me, ma io non ci casco. Credo sempre di più nella libertà di amare, chi vuole scordarsi di me deve essere libero di farlo, chi vuole il mio amore, sa di poterlo avere, nella forma e modo opportuni. Perciò buona notte brutto mostro, oggi puoi andare a dormire senza trofeo, il secondo sta arrivando e il bicchiere ha delle lacrime grosse e vicine l’un l’altra…io sto qui…aspetto…guardo il gelsomino che si arrampica vorticoso nel balcone di fronte…il suo profumo arriva fin qui…ed eccolo, con il mio piatto in una mano e grappa e sigaretta accesa nell’altra, si sbivacca nella sedia ” ti faccio compagnia mentre mangi, sei pesci vero?”.

Roberta Spera

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