Tu non sei nostra sorella

“Tu non sei nostra sorella. Noi, siamo veri fratelli e quindi solo noi possiamo dirci tutto”. Di quei giorni  ricordo solo questa frase, che pure fa ancora male, ripetuta dai miei cugini. In fondo ci volevamo bene e quello serviva solo per rafforzare la loro alleanza, passeggera, presto infatti uno di quei due bambini sarebbe passato dalla mia parte, bastava inventarsi un nuovo gioco o rispondere male a un adulto. Di quei giorni ricordo un odore e un sapore che non ho più sentito. E non è vero, come dicono, che se chiudi gli occhi puoi ritrovarlo. Erano giorni di festa quelli della vendemmia nella nostra terra. Quella terra che da bambina mi sembrava così lontana da casa e invece ora, passeggiando per la campagna, è una delle prime sulla sinistra. Ma non ci posso più entrare. Un cancello chiuso mi ricorda quanto sia vera la proprietà privata. Ogni tanto fingo di aver dimenticato le chiavi a casa.

Dopo aver indossato i vestiti più vecchi, mio nonno ci caricava in macchina, una Fiat Punto, bianca, ed era contento di averci lì. I suoi figli, quella generazione di mezzo tra noi piccoli e lui, non venivano. Mio padre non c’era e i miei zii non c’erano. Neanche di domenica. Mio nonno pagava altri – estranei- per farsi aiutare. Da lì iniziava la sconfitta. Dalla loro assenza iniziavamo a perdere. Loro, già non ci credevano più che quel mondo era possibile. Non era quello che tutti stavano rincorrendo e come gli altri si sono allineati. Non è stata la terra a tradire loro, sono stati loro a tradirla.

Api, api e ancora api, in mezzo ai filari e tra le gambe ma nessuna, se ci penso, mi ha mai punta. Non sono mai stata punta da un’ape. Perché lì ho imparato a non temerle. Erano come noi, attratte da quel succo dolce e come noi speravano non piovesse. Non si usavano più i piedi per pestare l’uva, ma mio nonno preparava delle tinozze solo per noi piccoli e il nostro delirio ci sporcava di rosso i piedi. Così ci illudevano, ci facevano credere che quel mondo era possibile, salvo poi riempirci la testa di altre cose e convincerci che tutto quello poteva essere solo per quei giorni ma non per una vita intera. Era un gioco e ancora da adulti lo crediamo tale, lo ricordiamo come un gioco, come una festa. Ma non ogni giorno è festa, durante gli altri giorni bisogna lavorare.

“Ma cos’è lavorare? Questo non basta come lavoro?”

“Oh, santo cielo, non ti vorrai mica spaccare la schiena nella terra tutta la vita. Noi ti diamo la possibilità di guadagnare facendo due calcoli, di guadagnare firmando, di guadagnare bevendo, di guadagnare in camicia insomma”

“Sì, mi fido”

Mia madre si arrabbiava perché tornavo sporca ma era felice perché sapeva che quello per me era solo un gioco e non come per lei da piccola, un modo per capire subito quant’è dura la vita. Io, noi, dovevamo andare a scuola, non pensare a quelle cose. Scuola, scuola, scuola. Non come molti di loro che la scuola non avevano potuto continuarla. Scuola , scuola, scuola. E peggio se poi sei sempre la prima.

“Fai come vuoi, ma io credo che devi continuare”

“Ma per arrivare dove? Ah, scusa, avevo detto di fidarmi. Ma … non mi avevi detto che i soldi non erano importanti? Che i vestiti non erano importanti perché nessuno avrebbe mai ricordato quello che indossavi il giorno prima?”

“Sì, ma in ogni caso non devi fare la mia fine…”

E così, ogni mattina e ogni sera partono pullman pieni di studenti verso le città. Si allontanano da quelle terre. Incolte. La mia generazione è una generazione corrotta. In quest’abbandono la mia generazione è corrotta. La corruzione dei costumi e delle parole, la violenza che ci portiamo dalle città, la fame che scateniamo solo al ritorno, l’egoismo che ammassiamo sulle porte, le mani che non sanno essere d’aiuto, i campi inquinati perché tanto non servono, la stupidità di credersi superiore a chi ha deciso di restare, l’aperitivo per passare il tempo salvo poi ripetere ossessivamente che il tempo proprio non basta mai, i viaggi all’estero, quei falsi movimenti che non vediamo l’ora di raccontare.

Ma per me e per quelli come me che a volte restano insonni e pensano a un’altra vita, è troppo tardi. Mio nonno ha venduto le sue terre e anche quella della vendemmia. Quando passo, i cancelli sono chiusi e io ho sempre rifiutato di sapere i nomi degli acquirenti. Questo, sin da piccola. All’epoca potevo ancora salvarmi. Non ho mai voluto sapere chi aveva comprato. Come quando si dona un organo e non puoi saperlo. Io, al contrario, potrei saperlo ma non voglio. Fa male. Non ho più la terra. Non abbiamo più la terra. Siamo rimasti orfani. Nessuno mi ha mai insegnato a lavorarla, ma se l’avessi potrei imparare. Non ce l’ho più. Le nostre famiglie l’hanno venduta per saldare i debiti con lo stesso mondo a cui vogliono farci appartenere. Con quella stessa gente. Ma in fondo, c’è una sola e vera ragione: l’hanno venduta perché non ci credevano.

E ora, quando torno, vago per le terre degli altri, quelli che sono nati semplici e non si sono lasciati ingannare, quelli che erano meno curiosi e più attaccati alle loro madri.

Ah, se solo ci avessero creduto prima. Quanto si pentono? Non lo saprò mai, perché la vita va così, ci si allontana dalle cose più vicine perché si fa fatica ad ammettere di essere animali e poi si torna perché siamo mortali.

“Quanti soldi ci vogliono per comprare una piccola campagna? Magari con una casetta … com’era quella in campagna del nonno”

“Tanti”

“Capisco. Magari lavoro un po’ e poi me la compro”

“Ma per fare cosa se non sai neanche che significa veramente lavorare la terra? Ma ti senti? Parli come una donna in carriera stanca dei ritmi frenetici della società. Senza una carriera però.”

“Sì, hai ragione. Ma non so, dentro sento qualcosa … dentro … Ma hai ragione tu, sono solo capricci, perché forse ho paura. Eppure … se ognuno sapesse farsi da solo quello che si mangia forse anche tu non dovresti lavorare. E le medicine? No, no, hai ragione tu”

Io non riesco a comprare uva che riflette sulla sua pelle i neon dei supermercati. La guardo, la desidero, ma è così stupido comprare quello che un tempo avevo già. Mi rifiuto.

 Maria Teresa Rovitto

 

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Vecchi commenti

  1. Che meraviglia!!!!

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