Una recensione a quattro mani, a quattro zampe – carponi, se necessario..

Il profumo del buio.

Una recensione a quattro mani, a quattro zampe – carponi, se necessario..

 

di Irene Borgna & Maria Grazia Morando

 

 

 

Meo: «…è troppo lungo, la fotografia è da rivedere, dicono che è noioso»

Ale & Sandro: «…bastavano dieci minuti e qualche forzatura in meno»

ancora Ale: «…e nemmeno la foto in copertina mi convince»

sempre Ale: «…dimenticavo: tiè, guardalo e dimmi che ne pensi»

 

 

 

È la discutibile mattina di una notte passata sul cesso di una promettente giornata di ferie. Per solidarietà, o – più probabile -, per vendetta, il gatto che ho appena fatto sfrondare dei gioielli di famiglia mi ha cosparso la casa di vomitini a sorpresa (si rivelerà un’autentica delizia scoprirli uno dopo l’altro). Mentre saltello fra i perfidi rigurgiti acquattati negli angoli, mi imbatto in un astuccio nero con dentro un dvd con sopra inciso uno degli ultimi nati in casa Geronimo: è il film documentario “Il profumo del buio”, che i registi medesimi (Ingaria e Bozzolo) e l’ideatore in persona mi hanno presentato con perplessità. Come fosse una ciambella venuta sì col buco, ma triangolare. O uno di quei liquori confezionati in casa, che magari non sono male, però forse con più zucchero, più tempo, un filtraggio più fine…

Improvvisamente mi sembra un’ottima idea guardare il documentario: se davvero fa schifo non sarà che la logica prosecuzione di un inizio di merda. Se per caso è almeno mediocre si tratterà invece di un gradito miglioramento. Accendo il proiettore (le cose, se si fanno, si fanno bene) e faccio conoscenza col marmo di Frabosa. Tac, ta-tac, ta-tac… vai di scalpello e via sottoterra, nella Grotta di Bossea.

 

Accidenti, mi piace.

Ma allora è proprio vero che non capisco un cazzo, penso.

Ragioniamo.

se ogni scarafone è bello a mamma sua.

e persino mamma sua dice che lo scarafone non è granché

allora il documentario-scarafone deve far proprio pietà.

Sarà che conosco gli autori e li stimo. Sarà che l’argomento mi interessa. Però mi incanta entrare a Bossea sulle orme di Arne Saknussem. Ti senti ingenuo e un po’ coglione come i personaggi del vecchio Jules a spasso per il centro della Terra. Pronto a smarrirti nei meandri delle ere geologiche, a stupirti delle tracce sedimentate di calcare e di umanità,  capace di ascoltare i colori del sottosuolo e di guardare i suoni diventare ombre in movimento proiettate sulle fantasiose asperità della roccia. Il violinista alza il braccio e le ombre si mettono sull’attenti, l’archetto si impenna e una stalattite bruscamente impallidisce. I musicisti si danno il cambio sul palcoscenico di Bossea, mentre la videocamera ci accompagna a scoprire i segreti della grotta e più voci femminili li trasformano in narrazione. Niente male, almeno fino al minuto 32’. Poi si inceppa il lettore del pc e la fine del documentario resta un mistero. In linea teorica, nulla esclude che gli ultimi otto minuti condensino il peggio della filmografia ipogea. Però l’80% del film vale ampiamente il tempo speso per vederlo.

Bah.

Non mi fido del mio parere.

 

I: «Senti, ho visto un documentario sulle Grotte di Bossea. Gli autori non sono soddisfattissimi per questo e quest’altro motivo. Io l’ho visto e non ti dico niente per non influenzarti: lo guardi anche tu che poi scriviamo la recensione a quattro mani?»

MG: «Nessun problema a vedere il doc, qualcuno in più a scrivere»

I: «Tranquilla, sottovaluti il mio infallibile sistema di scrittura creativa…»

MG: «…?»

I: «Dopo il terzo spritz al Bar sport la realizzeremo in rima baciata, la recensione!»

MG: «Andata! La scriveremo a quattro zampe, la recensione. Carponi, se necessario»

Il resto è cronaca. Anzi, chat.

 

io:  visto il doc?

 Inviato alle 12:30 di martedì

MG:  si ma non tutto perchè il mio pc ha iniz ad ansimare come un facocero in fregola…e non volevo svegliare vale

io:  ahahahahah

MG:  comunque mi è piac

io:  :)

MG:  meo esagera

è vero ci sono delle ingenuità…ma dubito che si notino

io:  io lo trovo insolito, poetico

le immagini dei musici in grotta

l’inizio con il vulcano dello scartatis alla giulio verne

Inviato alle 12:36 di martedì

MG:  infatti molto poetico…con quelle letture…ti fanno immaginare di essere protagonista di un viaggio…

Inviato alle 12:38 di martedì

MG:  e le candele…sembrava di sentire il profumo della cera e dello stoppino che brucia

 Inviato alle 12:39 di martedì

io:  eheheh

anche a me è piaciuto

con i moni che emergono dalle tenebre

i nomi

 Inviato alle 12:43 di martedì

MG:  si infatti!  si sente molto l’amore

 Inviato alle 12:44 di martedì

io:  io ho percepito il fascino e l’amore per il mondo sotterraneo che meo ha trasmesso hai miei amici, che non avevano mai messo piede in una grotta

 Inviato alle 12:46 di martedì

MG:  infatti…comunica proprio quell’ amore, rispetto e fascino della storia del luogo e non solo

io:  ai miei amici, mi è scappata un’acca!!

:)

MG:  😉

io:  me li immagino incantati, che seguono meo come i topini dietro al  pifferaio magico

MG:  si si bella questa immagine…

 Inviato alle 12:49 di martedì

io:  la usiamo nella recensione

MG:  😉

 

Trascorrere ore sottoterra. Percepire il buio assoluto e il suo profumo minerale. Immergersi in un tempo e in un clima sconosciuti al mondo esterno. Sorprendere il divenire nel suo farsi: come un lentissimo ladro intento a rubare un’eterna marmellata, ecco l’acqua e il tempo, il malandrino e il palo, che sottraggono e depositano calcare, in un gioco che dura da migliaia di anni … Mi sembra quasi di vederli, i due registi, trottare diligenti dietro a Meo, che li attira per i cunicoli ipnotizzandoli con il racconto di Bossea, l’epopea camuffata di tutte le grotte esplorate, visitate, sognate dall’idrogeologo più incrollabilmente entusiasta del Gruppo Speleologico Piemontese. Un filo di autentica meraviglia lega immagini, musica e parole. Quello stupore innamorato che talvolta si rischia di dissipare a forza di consumarsi le suole su e giù per le vene dei monti, qui gli speleo consumati se lo ritrovano intatto dietro l’obiettivo.

Pazienza se la fotografia non è impeccabile: qualcuno nemmeno se ne accorgerà. I minuti invece sono proprio quelli che ci vogliono per parlare di un mondo di trasformazioni silenziose. Anzi, per mostrarlo: impiegando il tempo per indicare il tempo, scegliendo la lentezza agli occhi dello spettatore per alludere al trascorrere indifferente della natura. Insomma, è per dire che se ti annoi è anche perché non ci metti del tuo. E poi Antonioni faceva di peggio  e nessuno gli trovava da dire.

Così, il primo documentario speleologico dell’era Tanàra ci restituisce una Grotta di Bossea simile al cilindro di un prestigiatore, da cui saltano fuori orsi estinti, stazioni scientifiche, concrezioni variopinte, cascate, note, nomi, parole, Raschera… Non c’è da stupirsi: il sottosuolo di un luogo dell’anima presieduto da un coniglio e raccontato dai suoi scherani non può che essere un folle ripostiglio dove roccia, poesia, scienza, musica e letteratura sorseggiano il tè delle cinque presso una cascata che si perde nel nero.

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