Uomo e castagno: una storia

La storia del castagno nelle valli piemontesi prende vita da una concomitanza di glaciazioni e formazioni di “stazioni rifugio”[1] della pianta che ne hanno permesso, in epoca romanica, la ricolonizzazione e la diffusione della coltura.

Lo sviluppo demografico che nel Monregalese ha inizio dal XII secolo , porta alla valorizzazione agricola e alla conseguente trasformazione delle campagne attraverso, in alcuni casi, una massiccia attività di dissodamento e disboscamento, con le quali si assiste ad un mutamento delle foreste sia attraverso diminuzione della loro estensione che attraverso la tipologia di essenze presenti: il castagno, infatti, prende sempre più il posto della quercia (intesa sempre più come coltura arborea) e del rovere (il quale viene spesso fatto convivere in boschi insieme al castagno) ma anche dell’ ontano, del faggio e del sambuco.

In un secondo momento poi, ovvero dai primi decenni del XIII secolo, in alcune aree geograficamente e climaticamente favorevoli, si assiste, per via della crescente pressione demografica, ad una ulteriore trasformazione del paesaggio agrario e selvatico, con l’inserimento sempre più massivo di vitigni. Questo fenomeno si è particolarmente verificato lungo i fondovalle e nelle campagne subito adiacenti, in quelle zone con varietà di microclimi e di congiunzione per le economie di vallata e dei centri urbani della pianura. Ne sono un esempio i territori di Alice, in Valchiusella, e di quelli di Santo Stefano, in Valle Corsaglia, dove “nel 1298 il comune del Monregale concede in enfiteusi[2] a quindici persone e da cui progetta di ricavare «multa bona et domestica castagneta et plures terre culte et plures vinee»[3].

Ma la progressiva e rapida sostituzione del castagno ai danni della quercia scaturisce anche un cambiamento nell’allevamento animale che passa da una precedente preferenza di suino ad una maggioranza di bovino. I suini che prima venivano allevati nei querceti e che si alimentavano dei prodotti della quercia, ora sono meno adatti al nuovo assetto territoriale e lasciano il posto agli ovini che possono frequentare gli spazi aperti dalla deforestazione.

Un documento che aiuta a capire l’importanza del castagno per le popolazioni che lo coltivavano, è lo statuto. Nel cuneese erano ventuno i comuni che trattavano nei loro statuti problematiche inerenti il castagno e i castagneti.

Per rimanere nei pressi della Valle Mongia si è preso in esame il volume che raccoglie gli Statuti di Mombasiglio, scritti tra il 1331 e il 1537; leggendo queste carte (raccolte e tradotte dal Centro Culturale Mombasiglio “Mario Giovana”) è lampante la forte tutela di cui il castagno beneficiasse. Qui infatti troviamo norme che proteggevano “piante” o “alberi” o “alberi fruttiferi” e norme che proteggono castagneti e castagni nello specifico, al pari di quanto succedeva per animali, acqua, vigne, salici, fieno etc..

Sono riportate qui due voci tratte dagli Statuti a titolo di esempio:

160. Del divieto di tagliare altrui castagni

Parimenti di dispone che nessuno osi tagliare altrui castagni fruttiferi e chi commetta tale illecito paghi una multa di venti soldi ed altrettanto come risarcimento e di più nel caso di un danno superiore; nel caso poi uno tagli un grosso ramo, paghi una multa di cinque soldi ed altrettanto di risarcimento e di più in caso di danno maggiore, inoltre per ogni ramo due soldi ed altrettanto per risarcimento e di più qualora il danno fosse maggiore. Chi sradichi completamente un castagno altrui paghi una multa di venti soldi ed altrettanto come risarcimento e di più in caso di danno maggiore e per ogni cima di castagno tagliata paghi una multa di dieci soldi ed altrettanto come risarcimento”[4]

161. Del divieto di tagliare alberi fruttiferi altrui

Parimenti si dispone che chi tagli un altrui albero di quercia, di noce, di pero, o di altro albero fruttifero, paghi una multa, per ogni albero di dieci soldi ed altrettanto come risarcimento; e di più in caso di danno maggiore. Chiunque poi tagli completamente un solo di tali alberi, paghi per ogni ramo una multa di tre soldi ed altrettanto come risarcimento e di più in caso di danno maggiore e chi tagli un ramo paghi due soldi di multa ed altrettanto come risarcimento e di più in caso di danno maggiore.[5]

Come si vede il castagno era valutato il doppio rispetto tutti gli altri alberi produttivi.

Alcuni dati risalenti al 1750[6] forniscono numeri che oggi possono dare un’idea della consistenza delle colture di castagno, “Nel territorio del Piemonte di allora, Contea di Nizza, Oneglia, oltre Pò e Lomellina compresi, erano accatastati 90.076 ettari di castagneti. Vi è però da ritenere chela superficie reale si aggirasse intorno ai 100.000 ettari, dato che qualche intendente aveva erroneamente incluso i castagneti nel conto globale dei boschi.”[7] In quegli anni il monregalese primeggiava sugli altri territori piemontesi con un estensione dei suoi castagneti pari a 36.000 ettari, il cuneese ne ospitava 11.500, l’acquese 9.500 e il saluzzese 5.700 (ad oggi i castagneti detengono su tutto il territorio piemontese un’estensione di 5.400 ettari[8]).

Il paesaggio agrario montano dell’Ottocento vedeva estendersi attorno ai villaggi i campi, coltivati a cereali, patate e lenticchie; poi i frutteti con meli, peri, noci (per la produzione di olio), ciliegi, susine e a delimitare i coltivi i castagneti, a loro volta circondati da boschi di betulle, faggi, querce. Il pascolo di bovini ed ovini era consentito nei castagneti fino al momento della manutenzione dei castagni (questo per garantire una buona concimazione che è preferibile effettuare sul terreno e non alla base dell’albero, che causerebbe bruciature e problemi alla pianta). La vite era coltivata ma per una produzione di vino privata.

Dalla metà del secolo si sono susseguiti fattori fortemente rilevanti che hanno influito sull’agricoltura, tra questi l’introduzione di macchinari a vapore e poi a combustione spinge ad una maggiore bonifica e recupero dei campi della pianura a discapito di quelli montani; la rivoluzione manifatturiera, poi, fa scattare il fenomeno dell’inurbamento con il conseguente, costante, spopolamento delle vallate alpine. “Le migliaia di ettari di fitta copertura castanile offrono un assieme paesaggistico di grande rilievo, […] ma nei borghi, nei tetti, nei casali di queste contrade, il sacrificio, nonostante sia una legge ben nota e consolidata nel tempo, non basta più a contenere il prorompere della crisi.”[9]

Virginia Castiglione in Carbonò
testo tratto da:
“Seccatoi di castagne nel Comune di Viola: recupero e rifunzionalizzazione all’interno di un percorso nei paesaggi della Valle Mongia”

[1] Nisbet Rinaldo, “Alcuni aspetti di storia naturale del castagno”, Cuneo, 2000, p.9, in a cura di Comba Rinaldo, Naso Irma,“Uomini boschi castagne. Incontri nella storia del Piemonte”, Da Cuneo all’Europa, Società per gli studi storici,Cuneo, 2000, n.7

 [2] “enfiteusi: diritto di godere un fondo altrui per almeno […] con l’obbligo di apportarvi migliorie e di corrispondere periodicamente un canone in denaro o in natura” da: enfiteusi, inLo Zingarelli 2008, Pioltello (MI), Rotolito Lombarda per Zanichelli, 2007, p.781

[3] Comba Rinaldo, “Castagneto e paesaggio agrario nelle valli piemontesi (XII-XIII secolo)”, Cuneo, 2000, p.24, in a cura di Comba Rinaldo, Naso Irma,“Uomini boschi castagne. Incontri nella storia del Piemonte”, Da Cuneo all’Europa, Società per gli studi storici,Cuneo, 2000, n.7

[4] A cura di Errani Enzo, “Gli statuti di Mombasiglio. Carte di franchigia e appunti storici”, 2010, p.111

[5] A cura di Errani Enzo, “Gli statuti di Mombasiglio. Carte di franchigia e appunti storici”, 2010, p.111

[6] Romolo Bignami Giovanni, Salsotto Attilio, “La civiltà del castagno”, Cuneo, L’arciere, 1983, p.15

[7] Idem p.16

[8] Dati ISTAT 2007

[9] Romolo Bignami Giovanni, Salsotto Attilio, “La civiltà del castagno”, Cuneo, L’arciere, 1983, p.24

 

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