Valasco

Nove ore in ufficio più due e mezzo all’autolavaggio “Peppo Self” nel tentativo di rendere abitabile la Yaris Verso appena ereditata. L’aspiratore ingoia impavido frammenti di praticamente ogni articolo presente nell’inventario ontologico della galassia: spariscono due cimici (morte stecchite), farfallette (parti di), zampe di grillo, peli di cane, foglie di carpino, aghi di pino, una castagna secca, faggiole, pietrisco assortito, cellulosa, briciole di pane, plastica, legno e sostanze non identificate di probabile origine extraterrestre.

Come se non fosse sufficiente la lotta all’acaro, il sedile di mezzo oppone resistenza e non ne vuol sapere di lasciarsi estirpare: venti minuti di combattimento senza nemmeno potersi dedicare in pace all’arte del vituperio – dalla portiera aperta fanno capolino gli occhioni perplessi di una bimba con i capelli scuri scuri. Naturalmente sarebbe bastato tirare subito la cosa giusta: Yaris piccolo genio batte Irene piccola idiota.

Comunque sia, adesso che sono quasi le dieci di sera sono stanca, molto stanca. Per questo ho bisogno di camminare: faccio doccia, cena, zaino e mi chiudo la porta alle spalle. Una tappa a Sant’Anna, Centro Alpino, perché ci sia qualcuno che sappia dove venirmi a cercare e poi via verso le terme. È la prima volta che percepisco con violenta sorpresa quanto sia bello vivere in valle: dieci minuti e sono in cammino verso il pian del Valasco, con la frontale al suo posto e sulle spalle solo acqua da bere e lana contro il freddo.

Da speleo mi sento un po’ a disagio, con tre miserabili led sulla fronte, le batterie mezze scariche e nessuna luce di scorta. Vabbè, tengo l’illuminazione al minimo, tanto nel buio profondo poca luce è più che abbastanza.

Parto spedita e assorta nei miei pensieri. Salgo e salendo il torrente fa il controcanto al rumore ritmico degli scarponi. Ogni tanto d’istinto mi blocco e resto ad ascoltare, come una marmotta, come un imbecille: di notte e in solitaria, anche a due passi da casa, ridiventiamo tutti un po’ prede. Mi obbligo a non guardarmi alle spalle, perché è un gesto che va subito alla pancia: quando inizi, finisci per camminare col viso all’indietro e i movimenti goffi di inutile paura.

Un tornante dopo l’altro la valle spalanca e respira, il torrente si perde sul fondo, la rotabile spiana mentre la conca del Valasco si avvicina come un odore, come un sospetto. Improvvisamente, da dietro una luce si aggiunge alla mia. E mi viene in mente, di tutte le cose possibili, una canzone di Gaber.

E camminando di notte nel centro di Milano semideserto e buio e vedendomi venire incontro l’incauto avventore, ebbi un sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai paura, o vigliaccheria emotiva.Continuo per la mia strada. Non devo avere paura. La paura è un odore e i viandanti lo sentono. Sono peggio delle bestie questi viandanti… è chiaro che lo sentono. Ma perché sono uscito? Non si è mai abbastanza paurosi.

Io l’incauto avventore ce l’ho alle spalle, ma non mi lascia neppure il tempo di voltarmi. La luce sconosciuta eclissa la mia, l’assorbe, l’annulla. Dalle punte dei piedi osservo impotente la mia ombra che, di sua iniziativa, si srotola, nitida e silenziosa. Il chiarore è un’onda di piena in contropendenza: inesorabile risale la valle e allaga la conca. Le stelle si ritirano in buon ordine.

 

Ogni cosa è illuminata.

Ora la luce si posa sulle spalle con la confidenza di un amico che ti ha fatto prendere un colpo con uno scherzo scemo. La luna. Una mandorla indecisa, appena sorta dal profilo della montagna.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?

poi non me la ricordo più. Ma tanto fa. Spengo la ridicola Tikka e m’incammino, quasi nuotando nell’atmosfera luminosa. Il Valasco è un lago di luce da cui affiorano rocce chiare. Il fiume un nastro di carta argentata evaso da un presepe.

Me ne sto distesa a una certa distanza d’occhio e d’orecchio dalla palazzina di caccia. Le quattro costellazioni di numero che conosco mi tengono compagnia. Uno scampanare stizzito in lontananza accompagna il brusco risveglio di qualche vacca dal sonno leggero.

Mi sembra di fare il morto su un lago di latte.

Per fortuna non ci sono stelle cadenti.

Mi evitano l’imbarazzo di non sapere che cosa desiderare.

cos’àtru fa, cos’àtru ciamàghe a ou sè? 

(cos’altro fare, cos’altro chiedere al cielo?)

Irene

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