Vite che scappano

Mercoledì è giorno di mercato. A Niella le bancarelle sono poche però il paese è tutto in piazza. All’ombra della chiesa una panchina lunga, di legno. In fila, seduti con la borsa della spesa tra le gambe, cappello in testa, i vecchi del paese. Una comunicazione fatta di silenzi. Poche parole, rotte, che si ripetono uguali negli anni. Lo sguardo perso nei ricordi di tempi troppo lontani. Uno di questi è mio nonno, sono le mie radici piantate in questa terra rossa di langa, povera, secca. Sono le mie radici, innaffiate dal sudore e dal vino. Era il tempo dell’infanzia.

Poi venne il tempo del disordine, dell’energia, della follia. Eravamo giovani e il paesello che fino a pochi anni fa sembrava immenso non riusciva più a contenerci. Passavo il tempo con Dario e Daniele, giravamo febbricitanti per le strade sempre uguali, salutavamo facce conosciute, ed eravamo posseduti da una voglia disperata di evadere. Erano gli anni che lasciano il segno, che ti cambiano per sempre, che indicano un cammino. Io scelsi il mio, quello sbagliato, ma era l’unico possibile, l’unico che riuscivamo a vedere. Fu un periodo breve, che bruciò in fretta.

Apparve un giorno, fantasma dal passato. Aveva in mano un tablet acceso, che mi spinse sotto il naso. Dallo schermo mi abbagliarono i colori sgargianti di una pagina in cui prenotare un hotel a Istanbul. Ti ricordi della promessa?, mi chiese senza preamboli. Non potevo ricordarmene. Le avevo promesso di tutto, con foga, sperando di trattenerla. Non servì a niente. Fuggì, come un cane all’arrivo di un temporale. Non era paura la sua, era una rabbia cieca, incontrollabile. Non poteva perdonarmi e io la capivo perché neppure io sapevo perdonarmi. Ma perché è riapparsa e perché proprio un hotel di Istanbul? Sono confuso, per un attimo si riapre la voragine dove so potrebbe di nuovo attirarmi. No, è finito il tempo delle promesse. Non sono più quello che hai conosciuto, quello lì è stato ucciso dal rimorso.

Oscurità

Irene Occhiato

Non c’è strada che arriva a Bakut, un paesino sepolto nella giungla di Sabah. Ci si arriva a piedi seguendo sentieri percorsi da millenni. La vidi accovacciata tra strisce di vimini che intrecciava con movimenti rapidi dando forma a delle ceste. Lei non poteva vedermi. Ero attorniato dagli uomini di questo villaggio, dove l’apparizione del diverso è ancora curiosità. Uscirono da tutti gli anfratti, come le lucciole d’estate. Sorridenti, amichevoli, allegri. Le loro voci mi sballottavano, mi rivoltavano, mi seducevano. Il mio sguardo la cercava dietro il muro umano, arrampicandosi sulla palafitta dove lei continua imperturbabile il suo lavoro. Poi lei si alzò e con passo lento, leggero, entrò nella capanna. Attorno a me si fece buio.

È il tempo della quiete, delle notti tropicali che non finiscono mai. Sono belle le palme che si stagliano contro l’orizzonte nella luce della giornata che muore. Le mie serate sono solitarie e spesso trascorrono su di una panchina di una piazza deserta di Donggongon, dove mi rifugio per sfuggire alla morsa della scuola chiassosa popolata da una marea di ragazzi che assorbe ogni mia energia. Fumo una sigaretta dietro l’altra, con movimenti lenti e stanchi, guardo il cielo e ripenso al passato. Sono stanco. Ricordo ora le parole del mio vicino di casa, l’amico di mio nonno, che mi aveva avvertito: non lasciare che i pensieri si soffermino sul passato. È l’inizio della vecchiaia.

Fabrizio

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