Zaher era un bambino

cancello e bici

Zaher era un bambino, Zaher era un profugo, Zaher era un afgano, Zaher fuggiva da una guerra, giusta solo per chi può volger lo sguardo in altra direzione. Non so da dove sia partito, non so quanta strada abbia percorso, non so come sia arrivato, non so dove era diretto, forse verso quel mondo che non gli aveva regalato che aerei, soldati e bombe.

Zaher è morto. Schiacciato dalle ruote di un camion sotto cui era nascosto per entrar nella fortezza. E’ morto ormai varcata quella frontiera per cui si accetta un calvario, per poter resuscitare nel paradiso proibito.

Zaher era un fiore, che un giardiniere non ha saputo far sbocciare

Zaher aveva tredici anni e un quaderno. Zaher scriveva.

Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano, sei come un fiore di primavera
Mi faccio per te inebriato e felice quando vieni a cercarmi
È dolce il tuo affetto amo parlare con te

Foglio 8

e anche quando mi togli la parola il tuo pentirti è bello
Tu sei un amico incantevole sei una seta di passione e bellezza
Ora vediamo fino a quando t’accorderai col cuore mio

Foglio 11

Questo corpo così assetato e stanco forse non arriverà fino all’acqua del mare.
Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.
Oh mio caro, che dolore riserva l’attimo dell’attesa ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.

Foglio 13

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.
Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi”

Dal taccuino di Zaher Rezai, dicembre 2008

Fonte: http://www.meltingpot.org/articolo13762.html

Traduzione delle poesie di Hamed Mohamad Karim e Francesca Grisot.

 Ale

 

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